
Avevamo un pavone. Bellissimo, flessuoso, tinto dei colori della savana sulla coda e di indaco sullo strascico. Il personaggio più stravagante dell’aia dietro casa mia.
Uno spirito libero, padrone della terra e dell’aria.
Sapeva danzare, suonare le piume, corteggiare sfacciatamente le pavone. Ma anche me.
Sì, mi corteggiava a modo suo. La ruota aperta a ventaglio, leggerissima, me la sbatteva addosso, da vero narciso prepotente quale era. E tutta la bellezza dei verdi e blu cangianti, metallici, e i mille occhi truccati prendevano forma, come un’esibizione di magia.
Non ci amavamo molto all’inizio. E a lui ogni scusa gli pareva buona per farsi avanti e molestare il silenzio della vigna e dei tramonti.
Gli piaceva fregarmi la pace. E sembrava fiero di sé con quel ciuffetto in testa ballerino e baldanzoso.
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