IL SOPRAVVISSUTO PRIAPO, DIO DEGLI ORTI
Tra le varie suppellettili di origine archeologica, rinvenute sotto la supervisione del Cardinale Flavio Chigi nelle terre veientane, vi erano anche due statue marmoree identiche, chiamate “Dij degli Horti”.
Da una descrizione a seguito di interventi, datata 1662, si evince che il Priapo, cioè il Dio della fertilità, dei giardini, dei vigneti e della virilità maschile che oggi chiamiamo “Maripara”, avesse un gemello / o gemella e che entrambi erano posizionati all’ingresso di Formello, prima della Porta da Capo.
Ad avvalorare questa ubicazione storica è un disegno di Carlo Fontana della Piazza Donato Palmieri dove sono ritratte, appunto, le due statue.
Solo dopo il 1668 avrebbe preso il posto del secondo Dio, scomparso chissà dove, la statua de L’Imperatore, che però, secondo quanto annoverato da Fabio La Ragione “trattasi della figura di uno schiavo, il cui rango è stato elevato senza poterne capire la motivazione“.
Maripara è datato tra il 150 e il 175 d.C. e poteva essere la statua appartenuta a un tempio ionico. Con tutta probabilità era tra i reperti emersi dagli scavi sul Pianoro di Veio effettuati tra il 1666 e il 1669.
I frutti che esibisce nella sottana rialzata sono il simbolo della fertilità, quale era l’effettivo compito di questo elemento marmoreo, ovvero, portare prosperità alle terre.
Il corpo scopre le due connotazioni sessuali, tanto maschile quanto femminile, che gli tributano l’appellativo di Ermafrodito.
Il Priapo di Formello ha avuto anche un altro ruolo piuttosto attivo nella comunità formellese, è stato un Pasquino, una Statua Parlante che faceva lo sberleffo ai politici e raccontava a suon di rime le beghe comunali.
MARIPARA NELLA LOGGIA DEL SECONDO PIANO
DI PALAZZO CHIGI
La Statua di Maripara, dopo diverse vicissitudini, oggi si trova all’interno del Palazzo Chigi e occupa una posizione di accoglienza nella Loggia del Piano Nobile. Salendo le scale dal portico è il primo elemento di spicco che incontriamo.
La loggia, completamente restaurata, pone al centro della scena una Diana con l’arco in mano e un cane al suo fianco. La torsione del busto della figura è un chiaro riferimento allo stile berniniano, così anche la veste che le svolazza morbida dietro; e il muso del cane è una evidente citazione del Cerbero che sorveglia attento la scena del Rapimento di Proserpina.
Tutt’intorno si muove una ricca vegetazione. Il dipinto è stato attribuito a Francesco Milizia e pare sia l’unica opera finora nota dell’artista. Sono sempre suoi il Pappagallo e il Pavone che si affacciano da finte finestre sopra le due porte della loggia.
Maripara sembra conversare con Diana ma guarda anche verso il paesaggio dipinto da Jean de Momper: una vista straordinaria su un’area di mare, rocce e ruderi.
A fermare il tempo e i luoghi, le finte architetture di un decoratore di Palazzo, Giovan Battista Laurenti, il quale simula pilastri e archi per darci l’impressione che siano finestre che si aprono verso un’orizzonte.
