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La statua Parlante dell’Agro-veientano

di Emanuela Gizzi
La statua parlante dell'Agro-veientano Pht Emanuela Gizzi Mapping Lucia

La statua parlante dell’Agro-veientano non è una leggenda. Si dice, abbia contestato spesso le istituzioni locali e si sia fatta portavoce del popolo

Il simbolo della vergogna

La Statua parlante dell’Agro-veientano emerse, molto probabilmente, a seguito degli scavi promossi dal Cardinale Flavio Chigi intorno al 1661, all’interno dell’area chiamata Pianoro di Veio e, più precisamente, su un immenso campo di grano vicino al Torrente Crèmera. Almeno così si deduce da fonti storiche.

Il Maripara, così si chiama la Statua risorta dalla terra, non fu la sola opera recuperata. Venne riportato alla luce anche L’Imperatore, oggi posto in una nicchia sotto il portico di Palazzo Chigi.

Il Cardinale Flavio fece ubicare -le due ritrovate statue- all’ingresso di Formello, ovvero nella Piazza che oggi chiamiamo Donato Palmieri, proprio su ambo i lati di quello che un tempo veniva chiamato “il ponte”.

Esse vigilavano, accoglievano e… “sparlavano”.

L’Imperatore, rispetto al Maripara, suscitava meno interesse e anche meno disappunto. Era una figura maschile, come se ne potevano vedere tante, con un drappo a coprire gli organi genitali. Tutto qui. Girando lo sguardo verso Il Maripara, di certo -almeno per quei tempi- la reazione era ben diversa. Di sgomento? Di sdegno? Di vergogna?

Perché?

Metà uomo, metà donna

La Statua parlante dell’Agro-veientano è un Priapo, cioè un dio mitologico greco-romano, ben noto per la straordinaria lunghezza del pene, oltreché simbolo dei riti dionisiaci e protettore delle greggi, dei pesci, delle api e degli orti.

Di certo, non è casuale il suo ritrovamento nelle campagne di Veio, laddove si sviluppava la vita agricola delle popolazioni limitrofe.

E, questo Dio, non se la teneva per sé la sua vanità.

Lo scultore lo aveva raffigurato nell’atto di sollevarsi la veste e mostrare le pudenda al vento che, devono avere creato parecchio scompiglio nel bel mezzo della Piazza.

Fu così che, a un certo punto della storia, la testa irsuta di Priapo, si ritrovò con una foglia di fico al posto della connotazione maschile.

Ma andiamo per ordine

Una Delibera del 1889 indicò la statua inadatta ad accogliere le persone all’ingresso del paese, perché “priva di pudore, quindi offensiva, e senza alcun valore storico o artistico”.

Nessuno si curò della sua storia e della sua “età”.

Si trattava, diversamente da come era stata descritta nella delibera, di un’opera databile tra il 150 e il 175 d.c. raffigurante un Dio degli Orti -propiziatore di abbondanza- che era stato scelto per offrire in dono i frutti raccolti nel suo grembo. Quindi un elemento non solo di culto ma anche di grande valore comunitario.

La statua, tuttavia, restò al suo posto per altri venticinque anni. Chissà perché. Fu, invece, l’Imperatore ad essere rimosso per primo. Il che, visto il clamore che aveva innescato l’altra opera, oggi fa un po’ sorridere.

Eppure, nel 1909, in seguito ai lavori di ristrutturazione della Piazza, il povero Imperatore venne smontato in pezzi e messo a riposo nel vecchio municipio.

Il Maripara presso il Giardino Comunale di Formello Fonte Francesco Braghetta

Il Maripara – Giardino Comunale di Formello – Fonte: Francesco Braghetta

Dalle stalle alle stelle

Insomma, il Maripara, alla fine, fu costretto ad abbandonare la piazza perché il suo piedistallo venne dichiarato instabile.

Ma non raggiunse il “collega”, venne stipato nella bottega di “Giovannino il Ferraro”, proprio sotto Piazza Donato Palmieri, tra i ferri del mestiere e l’oscurità.

E lì fu dimenticato per quasi cinquant’anni. Cinquant’anni! Un tempo incredibile. Fino a quando un esperto dei Beni Archeologici, interpellato dal Commissario Prefettizio di Formello, scrisse nel suo resoconto che sarebbe stato corretto restituire le due statue alla popolazione e, più precisamente, alle scolaresche.

È fatto noto che, entrambe, vennero istallate nei pressi del Giardino Comunale. Ma a quale prezzo? Le vecchie generazioni li ricordavano a malapena, le nuove non sapevano nemmeno chi fossero, cosa avessero rappresentato in passato.

Tutto ciò che il Maripara era stato, sbiadì -e ancora di più- durante la forzata permanenza presso il Giardino.

Diventò oggetto di scherzi, una vittima solitaria di molti atti vandalici che ne oltraggiarono la memoria. I piedi bruciati e la decapitazione furono i più eclatanti e, proprio a seguito di questi sabotaggi, venne istituito il Museo dell’Agro-veientano. Per custodirli.

Nel 1992, finalmente, la Statua riacquistò i suoi diritti e fu definitivamente assunta a simbolo di Formello, anche se sottratta del capo irsuto e degli organi genitali maschili. Oggi si trova al Primo Piano di Palazzo Chigi, nel grande atrio, anch’esso restaurato, che antecede la Sala Grande. Un posto che si è guadagnato con grande fatica.

Il Maripara Pht Emanuela Gizzi Mapp21

La Statua parlante dell’Agro-veientano e Pasquino

ll Pasquino è il più noto di una serie di statue romane, dichiarate “parlanti”,  un vero rompiscatole per le alte sfere poiché si faceva carico di ogni lamentela possibile. I corpi marmorei venivano giornalmente ricoperti di pensieri, di indignazioni, di parole di lotta.

Il Maripara, oltre ad avere avuto lo stesso identico destino, o compito, ha anche diversi elementi in comune con il più famoso Pasquino. Ad esempio la mutilazione: nel suo caso gli vennero segati gli arti inferiori e lo sfigurarono in volto.

Inoltre, anche lui, che non era “volgare” ma chiacchierone, venne messo al bando: l’ordine arrivò, nientedimeno, che da Papa Adriano VI, il quale, stanco dei versi satirici a lui rivolti, avrebbe voluto vederlo affondare nel Tevere. Ma il piano, fortunatamente, fallì.

Sappiamo che molto del passato di Roma venne sotterrato, così le statue, che tacquero nella polvere fino a quando, durante degli scavi, riemersero. Il Maripara nelle terre veienti e Pasquino sotto quello che oggi è chiamato Palazzo Braschi.

Ma chi era Maripara? Chi era Pasquino?

È il punto che più di tutti incuriosisce ma al quale non si è mai riusciti a dare una risposta. Perché se era vero che le statue parlavano, era altrettanto vero che qualcuno scriveva loro le parole.

E, allora, ecco che spuntarono fuori tanti possibili candidati al ruolo. A Roma gli accreditati erano sarti o fabbri o calzolai, comunque vicini alla zona di Parione, che allora era piena di botteghe.

Il Maripara in piazza donato palmieri a Formello Pht Emanuela Gizzi Mapping Lucia

Archivio fotografico di Maria Valentina Gargioli

E a Formello?

C’è chi conosce la sua identità, chi fa finta di saperlo, altri -magari più giovani- ignorano del tutto che la statua parlasse per conto di qualcuno o alcuni.

Io ho avuto il privilegio di ricevere una missiva del Maripara, durante la mostra fotografica “C’era una volta a Formello”.

Era un foglietto di quaderno, con poche parole in rima: si complimentava con me per il lavoro fatto e si firmava appunto _Il Maripara_

Quando l’ho ricevuta, per conto di una persona che l’aveva raccolta da terra, mi sono emozionata.

Ringraziai quel gesto, allora, leggendo le sue parole al pubblico presente in Sala Orsini, e lo ringrazio oggi scrivendo questo articolo, perché la magia è qualcosa che non si dimentica mai.

Ringrazio di cuore la Direttrice del Museo dell’Agro-veientano, Iefke van Kampen, e i miei concittadini, Valentino Lancianese e Francesco Braghetta, per avermi fornito rispettivamente relazioni d’archivio, informazioni,  e la fotografia del Maripara presso il Giardino Comunale di Formello .

A l c u n e   C u r i o s i t à 

Gli altri Priapo si trovano:

uno al Museo Archeologico di Sousse (Tunisia), “Priapo acefalo”, con un mantello scostato che mostra il sesso, l’unico a non aver subito evirazione.

uno presso i Musei Vaticani, la “Flora e Priapo” su cui Pietro Bernini fece intervenire il figlio Gian Lorenzo, di cui si ha il cesto di frutta.

Le altre statue parlanti di Roma sono:

  • Madama Lucrezia
  • Marforio
  • il Babuino
  • il Facchino
  • l’Abate Luigi

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Emanuela Gizzi Fotografa ideatrice di Mapping Lucia

Sono prima di tutto una viaggiatrice, annuso la vita e ne trattengo le radici. Quindi scrivo per piacere ma anche per lavoro. Scrivo perché senza non saprei starci. E poi fotografo perché la fotocamera è il mio psicologo personale. Cammino sempre con un animale di fianco, un gatto un cane un cinghiale un ippopotamo. Insomma converso. E poi scrivo di nuovo.

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