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Da Palazzo Farnese di Caprarola alla nocciola viterbese

Giardini all'italiana, sale affrescate, sotterranei poetici, dal Sangallo al Vignola la doppia anima di questa residenza storica

di Emanuela Gizzi
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Una visita accompagnati da un’amico esploratore

Il Palazzo Farnese di Caprarola è una di quelle gite scolastiche che tutti i bambini fanno. Io anche. Ero lì circa… ops, meglio non dire quanti anni fa… Comunque, tornandoci ho trovato l’atmosfera invariata e ho appreso più di quanto capii a dodici anni. A dodici anni si cercano le sedie per sedersi, soprattutto nei musei pallosi, nelle sale con grandi affreschi. Chi li capiva?
Invece stavolta abbiamo avuto un accompagnatore d’eccellenza, l’amico esploratore, Vincenzo Ridolfi Valentini, che ci ha dato molti spunti di riflessione sull’immensità della dimora storica.

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Vincenzo Ridolfi Valentini

Vincenzo è un poeta, scrive pezzi diretti, forti e fragili, in romanesco moderno con una malinconia velata tra le parole; e scatta fotografie di grande spessore. Le sue immagini lasciano agli occhi un certo stupore e la sua vivace intraprendenza, quella luce giusta con cui esprime l’emozione -mai forzata, peraltro-,  ci raccontano mondi reali ma anche di fantasia. Oggi ci stupisce ancora in veste di Cicerone.

Quella verità scolpita sulla facciata

Chiediamoci subito: ma il Palazzo Farnese di Caprarola era una dimora o una fortezza?
L’avrete notato, e la facciata è esplicita sulla sua natura: è entrambe le cose. Ce la sbatte in faccia la sua doppia anima, questo doppio ruolo.
Ma non si avverte un contrasto netto tra la base e i piani superiori, e i due diversi stili non disturbano gli occhi, non si “mozzicano”. Anzi, ci si sofferma volentieri sul primo strato di pelle, quello ambizioso della fortezza inespugnabile, tra i muri a scarpa e i poderosi bastioni angolari. E poi sul secondo strato, che sale altezzoso e stravolge non solo l’involucro a castello ma, di riflesso, anche l’intera urbanistica della città di Caprarola.

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Dipinto di Palazzo Farnese

Piccola storia del Palazzo Farnese di Caprarola

È il 1520 quando Alessandro Farnese il Vecchio commissiona la fortezza ad Antonio da Sangallo il Giovane e a Baldassarre Peruzzi.
I due trovano subito un’alchimia e la base pentagonale diventa espressione di quel rinascimento che andava maturando con l’affermazione di una vita attiva e vivace. Ma Alessandro Farnese viene nominato pontefice: è quel Papa Paolo III a cui si devono opere come la Cappella Paolina, il Giudizio Universale della Cappella Sistina e il Trattato di Trento, tanto per citare solo alcuni dei suoi successi.
Così, a seguito della sua elezione a Papa, la “Fortezza Farnese” ha un arresto nei lavori, il Sangallo muore e tutto sembra rimanere abbandonato.
Venti anni dopo è Alessandro Farnese il Giovane, detto “Il Gran Cardinale”, a riprendere in mano la vecchia idea del nonno e a dargli una diversa connotazione. È colto, Alessandro, ricco, e vuole dimostrare il potere della sua famiglia, esibirlo. Affida i lavori a Jacopo Barozzi da Vignola che, senza una sbavatura e senza porsi freni, incastona dentro la fortezza una dimora sfarzosa; e crea, passando attraverso il piccolo borgo di Caprarola, una “tagliata” che diventerà la via principale del paese, la Via Diritta, oggi Via Filippo Nicolai.

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Veduta della Via Diritta

Taglia, letteralmente, le case, le chiese e i palazzi che ostruiscono il passaggio e dà ad Alessandro un Palazzo illustre, posto ad una ragionevole distanza dal popolo, e in alto, così come il Gran Cardinale lo aveva immaginato. Alessandro il Giovane muore lo stesso anno in cui il Palazzo Farnese di Caprarola viene ultimato. È il 1573. Ben 53 anni dopo la deposizione della prima pietra.

Quel palazzo che poggia su una collina vuota

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Scultura, Grotta di Palazzo Farnese

Il Palazzo Farnese di Caprarola e le grotte

Il nostro Cicerone, Vincenzo, prima di entrare nel Palazzo, ci lancia un altro spunto interessante, anzi, due.
Davanti agli occhi abbiamo questo palazzo poderoso, costruito in cima a una collina,  e lo ammiriamo in tutta la sua compostezza, per metà palazzo, per metà castello. Ma proviamo a fare un passo indietro: immaginiamo solo la collina su cui si innalza.
Prima della costruzione del Palazzo questa era intatta, oggi invece esistono due sotterranei di notevole importanza e anche molto suggestivi, tra l’altro aperti al pubblico. Si tratta della Grotta Giocarelli e della Grotta Varzecca. Le due cavità si formarono quando, per costruire il palazzo Farnese, si decise di estrarre la pozzolana sul posto. Il sottosuolo si svuotò di ben 18 mila metri cubi di pozzolana e sul terreno immediatamente soprastante iniziò a nascere la fortezza. Le cavità videro la luce e diventarono esse stesse una meta attrattiva, mentre il mastodontico Palazzo, di conseguenza, iniziò a poggiare sul vuoto. Molto poetico, no?

Gli Acquedotti

L’altro spunto è l’acqua. Qui vengono convogliate le acque dell’Acquedotto Farnesiano che rifornisce i giardini superiori e quelle dell’Acquedotto delle Tre Cannelle che invece servono i piani del Palazzo. Il primo è un’opera colossale che chiamano “farnesiano” ma ha una impronta idraulica tipicamente etrusca; il secondo raccoglie una rete di sorgenti sotterranee che scendono dai monti Cimini.

I giardini del Palazzo Farnese di Caprarola

È l’acqua a chiudere in qualche modo il cerchio perché, senza acqua, i giardini rinascimentali non sarebbero mai nati e la fortezza non si sarebbe mai trasformata in dimora.
Quella cordonata di acqua, tipica del XVI secolo, che viene giù dalla Fontana del Bicchiere e cade nella Fontana del Giglio, è un invito a salire al Parco a Monte.

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La Fontana del Bicchiere

L’acqua come elemento essenziale, elemento primo. Di vita ma anche di accoglienza. E mentre lei scivola dabbasso, noi saliamo fino in cima, controcorrente.
Qui le sculture della Fontana del Bicchiere sono davvero meravigliose, non solo le due centrali, corpulente e in qualche modo giocose, ma anche quelle ai lati: dei volti davvero intriganti, scolpiti nella roccia.

Dal Parco a Monte

Prima di arrivare al Parco a Monte, un abbraccio di Cariatidi sembra sospingerci, così come l’acqua, verso l’alto.
Si passa nel Giardino all’Italiana per raggiungere la Casina di Caccia dei Farnese.
In alto, le sculture di delfini -prima intrappolate nella cordonata- sembrano libere, il loro guizzo più leggero, e continuano a evocare l’acqua. Un’acqua preziosa che dovremmo ricordare sempre di tutelare.
L’acqua non è solo bella, ma anche indispensabile per la nostra sopravvivenza.

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Cariatidi – dettaglio

Non abbiamo saltato la visita delle sale, ma l’acqua mi ha sospinta più su con il racconto. Quindi ripercorrendo l’Orto Farnesiano, il Giardino d’Inverno e il Giardino d’Estate, attraversando l’antico fossato, torniamo un po’ indietro. Non descriverò le stanze, però voglio girarti un paio di altri spunti che mi ha dati Vincenzo.

Cortile circolare contro pianta poligonale

La diatriba tra Fortezza e Palazzo prosegue soprattutto all’interno.  Appena si varca la soglia scompare del tutto l’idea di fortezza, infatti, ci si ritrova in un cortile interno circolare.
Sicuramente, visto dall’alto, il Palazzo Farnese di Caprarola rende meglio l’idea di sé: un poligono con un bel buco al centro e i giardini segreti che disegnano la collina.
Sulla pavimentazione del cortile, che è costruita come un elemento idraulico, è ben visibile un mascherone, di quelli che convogliano le acque in un impluvim, un bacino sotterraneo di raccolta delle acque piovane.

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Soffitto affrescato del Cortile dei Farnese

Gli affreschi del Cortile

Sulle pareti del cortile, gli affreschi sono davvero magnifici. E sono il frutto del lavoro del pittore e incisore Antonio Tempesta, detto Il Tempestino, specializzato nel trattamento di colori da esterno.
Per la realizzazione di queste opere murarie Il Tempestino agì direttamente sull’arriccio, cioè non coprì la parete con il latte di calce ma lasciò che le pareti restassero grezze, quindi estremamente porose. In questo modo il colore penetrò più profondamente e gli affreschi sono arrivati a noi nella loro composizione originaria, perfetti. 

per te

Piccola Galleria Fotografica

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Una chicca del Palazzo Farnese di Caprarola

La Scala Regia che raccorda i vari piani del Palazzo Farnese diventa, con il Vignola, una scala di rappresentanza piuttosto che una scala di servizio. Quindi non è una semplice scala ma una chiocciola elegante, con colonne di peperino e pareti affrescate dal noto Tempesta che, fino al soffitto circolare, dà prova egregia di sé.
Bellissima e avvolgente, ricorda la Scala del Bramante nei Palazzi Vaticani.

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Soffitto della Scala Regia

Eccoci arrivati alle nocciole di Caprarola

Per ultimo ho tenuto il prodotto tipico della zona: la nocciola viterbese, che forse con il Palazzo c’entra poco ma è in linea con il video che ho girato nel Ristorante “La Bella Venere”.
La nocciola qui è un’eccellenza, e Caprarola è tra i primi produttori in Italia, ti basti pensare che la trovi nei Baci Perugina.
E, tra l’altro, Vincenzo Ridolfi Valentini è un produttore di nocciole: la prossima volta farò un reportage sul suo magnifico lavoro.

Il dolce scenografico alle nocciole

Pranziamo sul Lago di Vico che, a proposito, una leggenda vuole sia nato dalla mano di Ercole. Lo sapevi?
Ercole passava tra le selve dei Monti Cimini e nell’accogliere le lamentele dei pastori -che combattevano un’infausta siccità- vi piantò un palo. Proprio dove ora c’è il lago.
Da quel momento sgorgò l’acqua tanto osannata che regalò ricchezza alle terre circostanti.
Mentre mangiamo in questo ristorante un bel temporale estivo buca il lago, una musica d’acqua che non sentiamo da un po’. Si colora d’argento e polvere e l’aria rinfresca appena.

Ma, per tornare al dolce con le nocciole, eccolo, molto buono e anche molto scenografico.

Sono prima di tutto una viaggiatrice, annuso la vita e ne trattengo le radici. Quindi scrivo per piacere ma anche per lavoro. Scrivo perché senza non saprei starci. E poi fotografo perché la fotocamera è il mio psicologo personale. Cammino sempre con un animale di fianco, un gatto un cane un cinghiale un ippopotamo. Insomma converso. E poi scrivo di nuovo.

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