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Scavi antichi e Gates futuristici presso il Sorbo

di Emanuela Gizzi
Scavi al Sorbo Pht Emanuela Gizzi Mapping Lucia

Gli Scavi antichi e i Gates futuristici hanno in comune l’esigenza di costruire un legame con la terra, il desiderio di narrare il pensiero sommerso

Qualche metro sotto di noi

Gli scavi antichi e i Gates futuristici miscelano tra loro una forte energia, basta saperla cogliere.

Le scoperte al Sorbo non finiscono mai e, mentre ieri, pensavi di conoscere ogni passaggio, le cinghialovie, i segreti più nascosti, oggi sai che -dalla terra- ci si devono aspettare, comunque, delle sorprese.

E mentre il Crèmera scorre di fianco, come un filo conduttore, tu sei lì a interrogarti sui misteri e le possibilità della storia.

L’acqua non è quella di un tempo, è meno pura e, anche le valli sono cambiate, sono state rimodellate dalle tante stagioni. Così, probabilmente, gli strati della terra che si consumano sotto l’impeto della Natura.

E, allora ecco che, dove siamo sempre passati -camminando, correndo, in bici, a piedi- dove abbiamo conversato, respirato, e siamo entrati a contatto, mille volte, con il paesaggio, proprio lì sotto, la storia rivendica ancora una volta il suo spazio.
Pezzi di strada – di età romano imperiale- affiorano dove abbiamo camminato da quando siamo piccoli.

Vite d’altri, e passi d’altri, rimasti interrati per secoli.
E, chissà, quanto altro esiste sotto i nostri piedi e i nostri pensieri. Quante anime il Sorbo trattiene con sé. Quanti confessionali.

È una sensazione che altera l’umore, lo rende curioso.

Mentre il sole colora tutto d’oro, e c’è uno stato di silenzi arcani, stare lì, immobili, a conversare con sé stessi e con gli antenati, restituisce un fremito di pace e speranza.

Gates of In-perfection Pht Emanuela Gizzi Mapping Lucia

In superficie

Poi, tra i fili d’erba, si affacciano i “Three Gates of In-perfection”, un’arte più moderna che trafigge la Natura e reinterpreta i sentimenti, l’approccio con la vegetazione intorno.

Sono monumenti perfetti-imperfetti, in un gioco di parole inglese, che occupano visivamente e territorialmente la Valle del Sorbo. Pressoché adiacenti gli scavi.

Sono tre porte artistiche, tre maniere di pensiero, tre rivoluzioni materiche.

Ma, contrariamente a quanto si possa immaginare, non si fa fatica ad accettarle: anche se sembrano apparentemente fuori luogo, stabiliscono un contatto neutro con la terra.

Le opere d’arte, normalmente, si trovano in contesti museali, più consoni alle loro aspettative e anche alle nostre abitudini.

Ma, forse, è proprio questa l’innovazione dei tre elementi, che non è, tanto, da ricercarsi nel messaggio degli autori ma nella concezione atipica e contemporanea di esporre ovunque, anche in una valle.

Dialogo Infinito Pht Emanuela Gizzi Mapping Lucia

Quindi, se camminando, si inciampa sugli scavi e subito dopo nelle porte misteriose si avrà necessariamente un insieme di spazi paralleli, nuovo, che nulla ha a che vedere con quelli virtuali, né tanto meno reali.

Gli scavi ci mettono in comunicazione con l’Imperatore Costantino, con un’antichità superiore; le tre porte con un nostro Io, con i segni lasciati da altri, con l’equilibrio.

Un viaggio nella Materia

Angelo Cricchi, il curatore del progetto, definisce le opere

anni di marmi intagliati dentro montagne”

che è una frase in cui si rintraccia il lungo lavoro, e il percorso, fatto dagli artisti e dai materiali, prima di diventare parte di un luogo. In questo caso il Sorbo.

Gate 1

La pietra bianca ad anello si chiama Atlante e il suo nome deriva dai pilastri della Cava di Fantiscritti, da cui è stata tratta.

Un marmo che l’artista –Davide Dormino– ha rimodellato per rappresentare la vertebra cervicale, la C1, quella cioè che sostiene il cervello ma anche il pensiero, l’anello di congiunzione tra testa e corpo ma anche un passaggio verso qualcosa.

Gates of In-perfection Pht Emanuela Gizzi Mapping Lucia

Gate 2

Le due sedie che sono collegate da un grande arco lungo e stretto, invece, si chiamano “Dialogo Infinito” e l’artista, Giancarlo Neri, non le vuole definire.

Però accentua due contrasti forti dell’opera: la presenza-assenza mista al movimento-staticità.

Vi siete mai chiesti quanti hanno seduto sulla sedia di un ristorante, sulla panchina di un marciapiede? Sono un luogo di transito ma anche di attesa, o anche di addio, un luogo fermo ma che cammina. Un incontro tra due persone, volontario, ma, diciamocelo -costretti faccia a faccia- anche forzato. Un incontro da cui può scaturire uno sguardo innamorato o anche l’odio.

Credo mi piaccia quest’opera, nella maniera che non so dargli un senso vero ma amo la dinamicità che porta, la semplicità aumentata che disturba gli alberi.

Gate 3

L’ultimo Gate, si trova nel piazzale sottostante il Santuario della Madonna del Sorbo. Si intitola Connessione.

Una seduta che, stavolta, comprende più di due individui e -quindi- una complessità di pensieri.

Sopra le teste, appesa al braccio arcato, vige una lanterna e, sulla panca, campeggia un’incisione. Gli autori, Goldschmied & Chiari, utilizzando una tecnica giapponese, hanno voluto riportare una frase che si ispira a San Francesco, e dice:

Un solo raggio di sole è sufficiente per illuminare milioni di ombre”

Un messaggio che, in un certo senso, suona familiare. Infatti nel 2016, in occasione dell’anno Giubilare, la Porta Santa del Santuario era divenuta il mezzo per condurre i fedeli, dal peccato alla grazia. Dal buio alla luce.

Nel ridiscendere a Valle sento in queste forme di arte -gli scavi antichi e i gates futuristici- una presenza metafisica, che non si rintraccia nel valore esplicito ma nella segretezza di ciò che rappresentano.

Nell’inganno -dunque- più che nella verità.


P U O I    L E G G E R E    A L T R I    A R T I C O L I    C O R R E L A T I    A L L A    V A L L E    D E L    S O R B O :

Pezzi di me nel Crèmera: due storie

Il Crèmera spacca Formello in due

Quel Mulino sul Crèmera di Gino Polidori

 


Emanuela Gizzi Fotografa ideatrice di Mapping Lucia

Sono prima di tutto una viaggiatrice, annuso la vita e ne trattengo le radici. Quindi scrivo per piacere ma anche per lavoro. Scrivo perché senza non saprei starci. E poi fotografo perché la fotocamera è il mio psicologo personale. Cammino sempre con un animale di fianco, un gatto un cane un cinghiale un ippopotamo. Insomma converso. E poi scrivo di nuovo.

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