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“La Muta” una donna di Raffaello Sanzio

di Emanuela Gizzi

“La Muta” perché, in occasione della ricorrenza dai 500 anni dalla morte di Raffaello, ho preferito raccontarvi un quadro meno noto ma pieno di segreti

Era forse una vedova?

“La Muta”, è il ritratto di una dama che per alcuni aspetti rimanda alla Gioconda e per altri, personalmente, mi ricorda la Dama con l’Ermellino, entrambi di Leonardo da Vinci.

Si denota subito che questa donna avesse del carattere: gli occhi sostengono tanto peso, quanta leggerezza; non è arrendevole, non è muta, come la definisce il titolo conferitole. Racconta, invece, molte cose di sé: sia nella compostezza, che nella fissità dello sguardo. Che, è vero che sostiene gli occhi di chi la guarda, ma ha una sfumatura di tristezza, di lontananza, di vacuità.

Le mani sono bellissime, raccolgono ogni pensiero. Ma nelle mani si rintraccia un gesto che intriga: l’indice indica verso qualcosa che non vediamo.

Per molto tempo gli studi sull’opera parevano far emergere uno stato luttuoso della donna. Questo per la presenza di alcuni dettagli come il fazzolettino -stretto nella mano destra-, la reticella nera -che le raccoglie i capelli- e il corsetto verde scuro.

Per ultimo, secondo lo storico d’Arte Rinascimentale, Eugene Muntz, lo stato psicologico in cui versava avrebbe conferito a quegli occhi il dolore di cui sembrano riempiti.

Il lungo viaggio de “La Muta”

La donna nel quadro ha conosciuto diverse dimore: le prime tracce che si hanno di lei, dagli inventari dell’epoca, la collocano, nei primi del 700, a Palazzo Pitti, tra i Medici; nel 1713 si registra il suo trasferimento nella villa di Poggio a Caiano; e nel 1773 prese dimora presso gli Uffizi.

È nel 1940 che, per volere del Duce -il quale si voleva far amare dagli urbinati- La Muta viene richiesta per rappresentare Raffaello alla Mostra sul Cinquecento Toscano. Ma, complice anche la guerra, il quadro non fa più ritorno presso gli Uffizi. Gli stessi, pur mobilitatisi per riaverla, non ne ottennero la restituzione.

Nel 1927 trova l’ultimo domicilio nel deposito della Galleria Nazionale delle Marche.

Città ideale di Urbino Piero della Francesca Fonte wikipedia.org

Città ideale di Urbino di Piero della Francesca – Fonte: wikipedia.org

Ma da dove arrivava “La Muta”?

Apparentemente, sembrerebbe tornare -dunque- nella regione da cui, qualcuno suggerì, fosse partita. Ci spostiamo allora nell’unica città che, per molto tempo, è stata messa in relazione con il ritratto: Urbino. E più precisamente alla corte dei Montefeltro.

E ancora più precisamente conosciamo la giovanissima figlia di Federico di Montefeltro e di Battista Sforza, Giovanna, la quale per molto tempo ha incarnato l’imperscrutabile Muta nel cuore della gente.

Giovanna di Montefeltro era giovanissima quando andò in sposa a Giovanni della Rovere, aveva solo quindici anni. Si può supporre che il loro non fu un matrimonio d’amore, anzi, come spesso avveniva, più un unione di interesse tra casate.

L’ingresso a Senigallia -dove la giovane coppia si trasferì- fu trionfale.

Ma l’immagine di una piccola donna, già grande, che attraversa la navata per arrivare all’altare, ci rimanda a immagini universali: quelle, cioè, di Regine, dalle spalle esili, destinate a governare grandi imperi.

Matrimonio di Giovanna di Montefeltro Fonte l'altrogioranle.it

Matrimonio di Giovanna di Montefeltro – Fonte: l’altrogioranle.it

Le doti della Prefetessa

I sei figli furono per lei una fonte d’amore in grado di sostituire quello che le mancò con il marito.

Divenne Duchessa di Sora e Arce, Signora di Senigallia e, così, venne ribattezzata La Prefetessa.

Una donna che, come scrisse l’autore della Biografia di Giovanni della Rovere, era dignitosa, dotta nella scienza, liberale, prudente e onesta, bella di corpo ma ancora più bella di fede e d’animo.

Ma ciò che la distinse fu l’amore per l’Arte. E, fu proprio questo suo ruolo come mecenate, che la assunse a “Muta”. Ci fu un momento in cui era circondata di pittori, tra questi Raffaello che, lei stessa, ospitò e poi raccomandò presso altre corti.

Quando il marito morì divenne reggente dei Feudi e amministrò con grande risolutezza, almeno fino a quando, Cesare Borgia, si insediò nello Stato di Urbino e, a colpi d’arma da fuoco, diede luogo a una triste carneficina. Tuttavia, complice il popolo senigalliese rimasto fedele alla sua Signora, Giovanna riuscì a fuggire, travestita da frate, imbarcandosi su un battello che la riportò a Senigallia.

Morì all’età di 50 anni a Roma, nel Palazzo Della Rovere e fu tumulata nella Basilica di Santa Maria del Popolo (cappella Basso Della Rovere).

Le sue gesta, se così possiamo definirle, vengono ricordate in una rievocazione storica che tutte le estati viene rappresentata a Senigallia grazie all’Associazione Culturale “L’Estetica dell’Effimero”.

Autoritratto di Raffaello Sanzio Fonte: wikipedia.org

Autoritratto di Raffaello Sanzio – Fonte: wikipedia.org

“La Muta” resta un mistero

Era, in qualche modo, l’eroina che tutti avrebbero voluto far coincidere con “La Muta”.

Eppure ad oggi questo viene smentito. In realtà il prezioso velo di seta, il colore -così ricercato- dei tessuti, la collanina sobria ma pregiata, il grembiule intorno alla vita e le stesse mani della Muta porterebbero a collocarla non più a Urbino ma nella ricca borghesia fiorentina.

Questa donna, secondo le indagini diagnostiche ha un ruolo predominante nell’economia familiare, conferitale dal grembiule, e vanta notevole ricchezza -proprio per gli elementi sopra citati-  e soprattutto per i gioielli che le adornano il petto.

Inoltre, i dettagli scrupolosi del viso, una luce che riscalda -più di quella “lunare” urbinate-, l’influenza nordica che si rintraccia nella sovrapposizione delle mani, l’indice alzato verso l’esterno del quadro e per finire il fondale scuro, rendono ormai chiaro non si tratti di un’opera di committenza urbinate.

Tutte queste ipotesi espresse nel corso dei secoli non hanno mai soddisfatto davvero gli studiosi che ancora indagano sull’identità della donna ritratta, che per ora rimane un mistero.

 

 

 


 

Sono prima di tutto una viaggiatrice, annuso la vita e ne trattengo le radici. Quindi scrivo per piacere ma anche per lavoro. Scrivo perché senza non saprei starci. E poi fotografo perché la fotocamera è il mio psicologo personale. Cammino sempre con un animale di fianco, un gatto un cane un cinghiale un ippopotamo. Insomma converso. E poi scrivo di nuovo.

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