Quali sono i tre quadri di Caravaggio 2025 che suscitano polemiche?
Le tre opere caravaggesche esposte presso il Palazzo Barberini Corsini suscitano dubbi sull’autenticità della firma dell’autore.
Questi sono:
- il “Maffeo Barberini come protonotario apostolico”
- l’Ecce Homo
- il Narciso
Se avete visto la mostra “Caravaggio 2025” vi sarete fatti anche voi un’idea, e se non l’avete ancora vista soffermatevi sui dettagli.
I dubbi sui tre quadri di Caravaggio, se siano cioè autentici o meno, è tra gli argomenti più discussi di questa esposizione.
Approfondiamo insieme le opere e capiamo perché sono confutabili.
Il Caravaggio inedito
La mostra Caravaggio 2025 presenta ben due ritratti di Maffeo Barberini.
Potendoli vedere insieme, uno di fianco all’altro, qualche dubbio sull’autenticità di uno emerge.
Il Ritratto di Maffeo Barberini, dipinto tra il 1598 e il 1602, non è mai stato esposto in pubblico, ed è sicuramente un’opera autografa del pittore, già dal 1963.
Pulsa della drammaticità caravaggesca, sia nella scelta cromatica che di luci, ma soprattutto nella tensione dei dettagli.
La mano che tiene stretto un foglio ripiegato -probabilmente una missiva-, lo sguardo strabico, intenso, e in ultimo, la mano che buca lo spazio, sono gesti che odorano di arte caravaggesca.
E chi ha allestito la mostra ha giocato con questa mano che esce illusoriamente fuori dal quadro. In primis perché l’ha utilizzata per condurci verso la figura di lato, ovvero dove è stato posto il quadro del secondo Maffeo, quello appunto “dubbio”. E poi perché in quell’indice puntato a mezz’aria sembra nascondersi una domanda: “Sei sicuro di essere un Caravaggio, tu?”.

1. Il dipinto “dubbio” di Maffeo Barberini
“Maffeo Barberini come protonotario apostolico”, questo è il titolo dell’opera, è un dipinto antecedente all’altro ritratto. Siamo nel 1595, e questa data potrebbe far pensare a una minore maturità artistica del pittore, che spiegherebbe in qualche modo la distanza stilistica tra i due quadri e anche la scarsa potenza della figura dell’uomo, praticamente statica.
In effetti, il soggetto non si lascia guardare con interesse, è spento.
La luce, invece, si accende inevitabilmente sul vaso di fiori. Le nature morte caravaggesche, quella florealità a cui ci ha abituati, in questa opera mancano.
Da profana, direi che no, non è un Caravaggio. Perché nel vaso di fiori non è riconoscibile la sua mano.
I Naturalia di Caravaggio sotto la lente d’ingrandimento
Caravaggio, per mantenersi, iniziò la sua carriera artistica dipingendo fiori e frutti, presso la bottega del Cavalier d’Arpino, e maturò in seguito a questa esperienza una produzione di Naturalia piuttosto originali.
Era solito rappresentare le Nature Morte attribuendo loro la stessa allure mitologica e sacra che destinava ai soggetti in carne e ossa. Non trattava i fiori o la frutta semplicemente quali ornamenti complementari, quand’anche periferici, anzi, trasformava i soggetti inanimati in portatori sani di vita.
Perciò, guardando a quel vaso di fiori, non è facile ritrovarvi la filosofia caravaggesca.
A Firenze, però, dovevano pensarla diversamente perché in occasione di una mostra, -era il 2010-, attribuirono il Maffeo protonotario a Caravaggio, e senza battere ciglio. Nonostante lo storico dell’arte, Roberto Longhi, già in tempi pregressi, si fosse espresso più volte contrario.
E Longhi non era uno studioso qualunque, ma colui il quale riaccreditò Caravaggio riscoprendolo dopo secoli di oblio. Cioè l’uomo più esperto in materia di Caravaggi.
Le Nature Morte Caravaggesche: il vaso di fiori di Maffeo Barberini a confronto
Per cercare di ampliare questo aspetto della mostra, e visto che la “coppia dei Maffeo” è tra le stelle di punta dell’intero progetto “Caravaggio 2025“, si può tentare di fare dei confronti con altri quadri esposti.
Prendiamo “Bacchino malato” e “Ragazzo che sbuccia un frutto”: in entrambi, è evidente come la frutta non sia solo un elemento di decoro ma diventi co-protagonista della scena, cioè l’espressione vera di un momento.
Quell’uva tra le mani di Bacchino malato è viva, e così la mela mondata dal ragazzo.
Purtroppo, un raffronto più specifico con fiori in vaso non si può fare, non ci sono altri elementi simili in esposizione.
Vi sono però due piccolissimi dettagli floreali che potreste prendere in considerazione, e sono: una margherita di campo nel “San Francesco d’Assisi in Estasi” e un fiore d’arancio nella “Marta e Maria Maddalena”.
Questi quadri vennero dipinti tra il 1597 e il 1599, quindi due-tre anni prima del Maffeo protonotario e, è evidente, che nonostante la giovane età del pittore non vi è alcuna esitazione nella sua mano. Sono straordinariamente vivi e partecipi della scena in cui sono stati calati.
Si evince, dunque, che l’approccio di Caravaggio a questo tipo di pittura è completamente diverso da quello impiegato per immortalare il vaso di fiori del Maffeo.
2. Il “dubbio” Ecce Homo
L’Ecce Homo segue la stessa inclinazione di Maffeo Barberini, e una volta davanti al quadro ci si pone la stessa domanda: “siamo sicuri che è un Caravaggio?”.
La storia inizia così: L’Ecce Homo -attribuito alla “Scuola di Josè de Ribera”, spagnolo, ma tra i massimi seguaci dei caravaggisti napoletani-, venne presentato alla Casa d’Aste Ansorena. Lotto 229.
La base d’asta partiva da mille e cinquecento euro. Quindi un quadro come tanti. Niente di che. Ma il Ministero della Cultura Spagnolo e il Museo del Prado bloccarono la battitura perché attratti dalle caratteristiche particolari del dipinto, così vicine allo stile di Michelangelo Merisi, detto Il Caravaggio.
Era l’8 aprile 2021.
Ci sono voluti tre anni affinché quella intuizione, quasi unanime degli studiosi, prendesse la strada del riconoscimento effettivo. Documenti e prove pittoriche, così come il restauro del quadro, hanno permesso al mondo dell’arte di aprire un nuovo capitolo su Caravaggio, che sembra inarrestabile nella sua scalata all’immortalità.
Gli unicum di Caravaggio che possono svelare l’autenticità di un’opera
Tuttavia, anche di questa raffigurazione, l’Ecce Homo, in cui Pilato (in primo piano) mostra il corpo flagellato di Gesù, non vi è certezza alcuna che si tratti di un originale caravaggesco.
Il volto del Cristo, per esempio, non convince moltissimo alcuni critici d’arte, e in effetti -analizzandolo- si nota che manca del senso di prospettiva di cui Caravaggio ha sempre dato prova di sé. I tratti somatici non sono modellati bene, sono distorti, asimmetrici, il che rende debole l’impatto visivo.
Davvero Caravaggio avrebbe potuto sbagliare l’architettura di un volto, una materia, cioè, in cui eccelleva?
Inoltre, il Gesù non sembra dotato nemmeno di quella tensione drammatica che invece è da sempre un must dell’operato dell’artista, quel connotato inconfutabile che rompe gli schemi e regala pathos.
Ricordiamoci che spesso la drammaticità caravaggesca, oltre che essere stata l’elemento chiave del successo maturato dal pittore, ne è anche l’aspetto più iconico, cioè questa sua riconoscibilità fa si che anche i meno esperti riescano a riconoscere in un quadro la mano dell’artista.
La drammaticità basta per svelare se Ecce Homo è un Caravaggio?
Il sentimento che nasce davanti alle opere del Maestro può essere considerato un metro di giudizio valido per stabilire con certezza se il dipinto è autentico?
Forse no. Ma se non dovessero bastare questi due criteri (prospettiva e pathos), esiste anche un terzo tratto distintivo del pittore, che peraltro in nessuno dei suoi seguaci è presente, e cioè la marcatura sul volto dei suoi personaggi.
Caravaggio inseguiva come un despota le espressioni struggenti dei suoi modelli e le inchiodava lì, sulla tela, inarcando le loro sopracciglia e imprimendo sulla loro fronte rughe parallele, crude, dei veri e propri solchi. Ma il risultato non è abominevole, tutt’altro, la marcatura nelle sue mani diventava armonia.
Un confronto su due piedi: La Flagellazione di Cristo
Bisogna domandarsi se in questo “Ecce Homo” ritroviamo gli unicum sopra citati, se la tragedia dell’evento è presente, se quella religiosità che in Caravaggio viene sempre tradotta attraverso una realisticità disarmante è palese. E se c’è il suo chiaroscuro efficace.
Io, con molta onestà, non sono andata in estasi, lo ammetto, e quindi per esempio, guardando il quadro, il pathos mi è mancato.
Tanto più che, essendo l’Ecce Homo esposto di fianco alla “Flagellazione di Cristo”, e trattando questi lo stesso argomento, non si poteva non confrontarli nell’immediato e quindi notarne le differenze stilistiche.
La Flagellazione di Cristo folgora lo sguardo, l’Ecce Homo molto meno. Ma personalmente gli riconosco il grande valore e la forza del Cristo che diventa manifesto di vita e morte.
3. Il “dubbio” Narciso
L’ultimo dei tre quadri di Caravaggio a non convincere la totalità degli studiosi è Narciso.
L’impressione immediata è che Narciso -rispetto agli altri due quadri- possa essere un Caravaggio.

Una sensazioni di pancia. Ma ci sono anche tutti gli elementi distintivi del Maestro: la drammaticità ; la scenografia vuota ma avvolgente che nutre l’anima; e soprattutto i colori densi, che non sono colori qualunque e che quindi aprono sicuramente un varco alla mera ipotesi.
La pittura di Caravaggio -è ben noto- era riproducibile. Cioè, il modo che il pittore aveva di realizzarla, utilizzando la gente del popolo e infrangendo le regole convenzionali, poteva facilmente agevolare i suoi seguaci a ricalcarne il tratto, e perciò ad emularlo.
Ma i colori caravaggeschi ci riportano solo a lui. E anche la necessità di isolare il personaggio da un possibile scenario ci riporta al suo genio creativo.
Il volto riflesso è Caravaggio?
Vi è, nel modo caravaggesco di eliminare i dettagli, una poesia teatrale, un tormento mistico, un’oscurità che culla le figure in un limbo, ma senza ingoiarle, piuttosto le fa emergere luminose.
Nel Narciso attribuito a Caravaggio avviene esattamente questo: il bosco, gli animali, l’arco del giovane cacciatore, i fiori, cioè tutta quella iconografia legata alla figura del mito di Ovidio scompaiono, restano nell’ombra o non ci sono affatto. E nonostante questa assenza, la scena non risulta per nulla spoglia.
E poi la specularità della scena prende il sopravvento e ci mostra la natura terrena del ragazzo, la sua anima, il suo bisogno di trovarsi. Di essere bello.
Secondo alcuni critici, nel volto che emerge dall’acqua -ma forse è solo un effetto ottico- non vi si ritroverebbero i lineamenti del giovane cacciatore quanto quelli consueti di Caravaggio.
Misteri su misteri che accrescono la magia intorno al quadro e che lo allontanano sempre più da altri pittori.
L’altro artista deputato a incarnare l’autore, almeno fino a poco tempo fa, era Giovanni Antonio Galli, detto Lo Spadarino.
Tuttavia, quest’ultimo -se si osservano i suoi personaggi- distribuisce la luce diversamente, fino a rendere la loro pelle quasi plastica. Un elemento visivo molto distante dal Narciso.
Immergetevi nella mostra, è l’unico modo per scoprire la vostra verità.
Caravaggio 2025 prorogata fino al 20 luglio!!!
Sono prima di tutto una viaggiatrice, annuso la vita e ne trattengo le radici. Quindi scrivo per piacere ma anche per lavoro. Scrivo perché senza non saprei starci. E poi fotografo perché la fotocamera è il mio psicologo personale. Cammino sempre con un animale di fianco, un gatto un cane un cinghiale un ippopotamo. Insomma converso. E poi scrivo di nuovo.







