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Il bambino dei sassi e Maripara

Un racconto dell'anima in cui prendendo spunto dalla storia della statua di Formello traccio le vicende di un bambino sensibile e pieno di buoni propositi

di Emanuela Gizzi
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Incipit de “Il bambino dei sassi e Maripara”

Il bambino dei sassi e Maripara è un racconto pubblicato su Historica Edizioni dopo aver passato la selezione del Premio “Lazio Segreto e Sconosciuto 2023

Di seguito riporto solo l’incipit della storia.

◊◊◊◊

Camminava scalzo da piccolo, gli piaceva la terra, e i sassi. Li impilava uno sopra l’altro, come ciminiere o fari, o grattacieli.
Suo nonno arrivava sempre nel pomeriggio e lo trovava lì, circondato da queste costruzioni lunari. Gli occhi vispi che riflettevano la potenza di quella creatività.
“Nonno, sei arrivato!” si voltava eccitato appena lo sentiva alle spalle, anche se lui aveva camminato leggero perché non si accorgesse della sua presenza. Gli si aggrappava a una gamba e non lo mollava.
“Guarda un po’ che ti ho portato oggi, Ludo?” diceva, quasi come un rituale, e aspettava che il nipotino alzasse quei suoi occhi estasiati per fargli scivolare tra le mani la nuova pietra.
Ludovico agitava sempre i sassi prima di depositarli, come se da quelli potesse uscire qualche suono o una piccola magia.
“Ti piacciono, vero? Cosa ti piace di queste costruzioni … eh, Ludo?”
“… l’equilibrio” disse con fermezza.
“E che ne sai tu dell’equilibrio?”
“Mi serve per salire lassù!”
Ludovico gli aveva indicato la quercia sopra le loro teste, poi gli aveva raccontato che voleva raggiungere i nidi degli
uccellini per aiutare la mamma a sfamarli.
Ma invece si erano ritrovati come ogni volta, ai piedi della quercia, a leggere un libro di poesie che suo nonno si portava dietro dai tempi della transumanza. Le radici gli facevano da culla e suo nonno da ninnananna. Sebbene le conoscesse a memoria, gliele rileggeva con cura.
Era iniziata per gioco quella storia, l’anno prima, sulla spiaggia. Ludovico aveva raccolto un sassolino dall’acqua e poi un altro poco più avanti, tra i ricci di mare, e poi un altro ancora, rosa, che lo aveva colpito perché contro il sole era diventato trasparente. Se li era messi nel secchiello e, arrivato sotto l’ombrellone, ci aveva composto un fiore tra le onde della sabbia. Poi aveva chiamato sua madre, le aveva detto “per te” con una tenera purezza tra le pupille.
Si era beccato tanti baci tra i capelli e un super gelato.
Da quel giorno, suo nonno aveva iniziato a portargli dei sassolini e lui gliene aveva cominciati a chiedere sempre di più grandi, “e piatti, nonno, così li appiccico”.
“Li appiccica…” pensò il nonno, dubbioso, ma obbedì e sorrise del temperamento del nipotino, così privo di barriere.
Gliene portò di diverse misure e, lì per lì, non successe nulla, rimasero ammucchiati dentro un grosso vaso vuoto; poi un giorno, mentre stava attraversando il giardino per innaffiare un geranio, li vide. Gli parvero dei mucchietti di foglie all’inizio ma, nell’avvicinarsi, divennero nitidi e per qualche secondo lo ipnotizzarono. Li osservò uno ad uno, colto da una certa ammirazione.
Non si era mai imbattuto in una diavoleria del genere; si domandò dove Ludovico avesse potuto vederla, ma quando glielo chiese il bambino disse solo: non me lo ricordo.
Nessuno toccò mai quelle piramidi di equilibrio, se non la mano di chi le aveva posate.
Ludovico studiava molto ma gli piaceva anche giocare con gli amichetti e, proprio un giorno che era con loro, vide alcuni uomini trasportare qualcosa di non ben definibile che se ne stava avvolto in un tessuto grezzo. Poteva esserci anche un uomo, o una donna, in quel sacco, tant’è che una corda di canapa pareva segnare incisivamente proprio dei fianchi, delle caviglie e la circonferenza di un collo.
Ludovico si incuriosì, smise di saltare sulle caselle della campana, incollò gli occhi sognanti appresso ai passi di quegli uomini e, quando questi sparirono all’ingresso dei giardini pubblici, corse a rotta di collo giù per viale Umberto I.
Arrivato lì davanti, riprese fiato e si andò a nascondere dietro alla fontana, come se fosse in missione segreta o qualcosa del genere.
Gli uomini scartarono l’oggetto facendolo quasi rotolare sul pavimento e poi lo issarono in piedi, con forza.
Non era un uomo in carne e ossa ma una statua grigia, molto strana, aveva un viso barbuto, i capelli ricci, e una sottana da donna. Poi lì, proprio in mezzo alle gambe, non aveva gli attributi.

…. il resto è sulla raccolta Lazio Segreto e Sconosciuto
(si può prenotare una copia presso la libreria Le Rughe o sui canali della casa editrice Historica Edizioni).

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Altre premiazioni

Sono prima di tutto una viaggiatrice, annuso la vita e ne trattengo le radici. Quindi scrivo per piacere ma anche per lavoro. Scrivo perché senza non saprei starci. E poi fotografo perché la fotocamera è il mio psicologo personale. Cammino sempre con un animale di fianco, un gatto un cane un cinghiale un ippopotamo. Insomma converso. E poi scrivo di nuovo.

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