Home VIAGGI REGALATI 640 anni a Gemona e non sentirli!

640 anni a Gemona e non sentirli!

di Emanuela Gizzi
Gemona_-_Duomo_dopo_Terremoto PhotoCredit wikipedia

Gemona riemersa dalla polvere, verrebbe da dire, dal racconto di Emilia che, lì, ha vissuto e respirato la gente del posto. Ecco il suo luogo del cuore

Il popolo di Gemona in una frase

A Gemona non si respira subito la patina sottile che lascia un terremoto. Anche se sono passati 43 anni,  da quando tutto è venuto giù, nei pensieri della gente quel fatto non passa mai. E, proprio attraverso lo sguardo di chi c’era, si riesce a rintracciarne lo squarcio.

Questo paese, in cui ho abitato per qualche tempo, subì due forti scosse e la perdita di circa quattrocento anime.

Rialzarsi non deve essere stato facile, eppure mentre vi ho abitato avvertivo costantemente una sorta di presenza-assenza. Le persone, che ho incontrate sul mio cammino, avevano tutte un forte carisma.

Non ricordo bene, in quale bacheca fosse esposto, ma lessi il ritaglio di un articolo, di Paese Sera. Un passaggio, di Gianni Rodari, chiariva esattamente quale fosse stata la reazione dell’intera cittadina di fronte alle rovine

Non si vede più nessuno piangere il secondo giorno dopo il terremoto

Gemona diede talmente un esempio di comunità da essere insignita della Medaglia d’Oro al Merito Civile.

Gemona_Duomo_di_Santa_Maria_Assunta_14082004_01 wikipedia

PhotoCredit: Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International Wikipedia

Cicatrici indelebili

Molte cose, di quel che gli anziani mi raccontavano durante le mie passeggiate serali, non le ho sapute cogliere. Parlano un friulano stretto e, dire loro di ripetere o, peggio, confessargli di non aver capito, mi sembrava offensivo. Preferii leggere alcune informazioni e visitare di persona i posti che mi erano stati indicati. Anche per vedere con i miei occhi quella ricostruzione che gli brillava nello sguardo.

Ci vollero dieci anni a Gemona perché le voci e i suoni ripopolassero gli spazi sgretolatisi. Gli edifici, come il Palazzo Boton, ad esempio, sono in piedi per miracolo. E’ solo grazie a una particolare tecnica di ricomposizione (detta Anastilosi) che sono riusciti a ricongiungere ai nuovi elementi architettonici, la struttura originaria.

Una cicatrice viva, frutto dell’anastilosi, rende visibile questa unione tra la pietra celtica -ricavata dalle rovine del Castello- e i materiali moderni, garanzia di continuazione.

Gemona Vista sul Tagliamento Sorgente foto Free Wikimedia Commons

PhotoCredit: Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International Wikipedia

Lo stesso si può dire del Castello. Non ricordo se in un bar, ma vidi una foto in bianco e nero della struttura originaria. Oggi è molto diversa ma alcune parti, che restano aggrappate al nuovo, sono testimonianza di un ricordo, delle radici appartenute ai celti, ai romani e ai longobardi.

Sono un faro che ha fatto luce e ha difeso le tracce rimaste.

Così come ha difeso la vista spettacolare che si gode dalle logge più alte, giù, verso l’avvallamento naturale della Sella Sant’Agnese. Una veduta che spazia verso la vallata alluvionale del Tagliamento, verso i tetti, la Torre Campanaria e il Duomo di Santa Maria Assunta.

Il Duomo! Anche qui, un tesoro di opere è stato sottratto alle macerie ed esposto nel Museo della Pieve.

In questo spazio culturale, che restituisce “i sopravvissuti”, è conservato anche il reperto storico per eccellenza -di questa cittadina dalle mille vite-, ovvero, il Registro Battesimale più antico al mondo.

La prima data apposta, infatti, riporta il 3 Marzo 1379, il nome di quel bimbo, ha oggi 640 anni di storia.

L’Acqua di Gemona e poi quella del Diavolo

Io ho camminato tanto in mezzo alla gente del posto, persone con un’innata attitudine a narrare più che parlare, aperte al dialogo, sorprendenti come il posto che vivono. Le valli che rappresentano.

Un paesaggio straordinario, la cui opera dell’uomo più invasiva è stata la costruzione della Roggia dei Mulini, un impianto idrico che si è, però, rivelato utile per l’intera bonifica dell’area. Ma non solo. Ha permesso di macinare il grano con la sola forza motrice delle acque, di abbeverare gli animali al pascolo, ed è stata anche un’alternativa valida alle camminate urbane.

I rivoli sarebbero più suggestivi se -per rinforzare gli argini- non fosse stato usato il cemento armato, che ha abbrutito i corsi e anche il naturale assetto che avevano un tempo.

Tuttavia l’acqua è cristallina. Ho abitato in una casetta di legno proprio a filo -di uno di questi corsi-. Sentir scivolare, tra le dita, la sua forza, mi dava pace, nonostante avessi, spessissimo, il pensiero di sporcarla -tanto era trasparente-.

Gemona Ponte del Diavolo PhotoCredit Elio Pallard

Ponte del Diavolo – PhotoCredit: Elio Pallard

La stessa sensazione l’ho provata accarezzando l’acqua del Fiume Natisone, sotto il Ponte del Diavolo. Non ero a Gemona ma a Cividale, una frazione a una trentina di chilometri da dove abitavo.

L’acqua, in quel punto, se si vuole attraversare il ponte, è obbligatorio toccarla. Una leggenda, narra del tempo in cui il ponte non c’era e i cittadini desideravano di unire le due rive, ma senza mai riuscire nell’opera. Venne in loro soccorso il Diavolo. Il quale però, in cambio del proprio intervento, volle l’anima del primo che vi fosse passato.

In una sola notte il ponte si stagliò sull’acqua e, lì in mezzo, la Madre del Diavolo, per sancire l’accordo, vi pose un grosso masso. Ora, ignari di tutto, un gruppo di ragazzini che rincorrevano un povero cane, malcapitato, attraversarono il fiume. Così, mentre l’anima del cane volava via, il Diavolo fu beffato dalla casualità.

Sono quelle storie che attraggono molto le persone, così, anche se non c’entra strettamente con Gemona, ho voluto raccontarvela, chissà, magari vi piacerà, se passate di lì, toccare il Natisone.

Io ci tornerò prima o poi, di quel tempo ricordo i passi della gente, ci tornerei anche solo per risentire parlare il friulano stretto, carpire altre storie sul terremoto, ripercorrere quella Gemona -cambiata tante volte nel corso del tempo-.

 

 

Sono prima di tutto una viaggiatrice, annuso la vita e ne trattengo le radici. Quindi scrivo per piacere ma anche per lavoro. Scrivo perché senza non saprei starci. E poi fotografo perché la fotocamera è il mio psicologo personale. Cammino sempre con un animale di fianco, un gatto un cane un cinghiale un ippopotamo. Insomma converso. E poi scrivo di nuovo.

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