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Polvere negli occhi

Polvere negli occhi racconto e foto di Emanuela Gizzi

Polvere negli occhi

Ci ritrovammo in un campo, sotto cappelli di girasole che mai avrei pensato di vedere da così vicino. La peluria ispida dei gambi mi solleticava tanto da rendermi nervoso. Non ero avvezzo a quei contatti metafisici, avevo la sensazione di trovarmi al centro di una tempesta di spighe e vento, un vento caldo che spazzolava la terra e mi girava intorno, per farmi svenire nel suo abbraccio. Ci caddi dentro, senza volerlo, e quando guardai su, il cielo se ne stava appiattito sopra di me, di un colore denso di cui avrei voluto assorbire i misteri. Rimasi affondato tra gli spauracchi di spighe e mi sembrò che tutto potesse scomparire, ricomparire, che i giorni potessero diventare notti e nessuno se ne sarebbe accorto. E che se la terra mi avesse inghiottito, sarei semplicemente scomparso. Nemmeno chi viaggiava con me se ne sarebbe curato.

Era la prima volta che camminavo davvero, e, insolito a dirsi, era la prima volta che mi accorgevo di avere le gambe. Camminai ascoltando i passi, il rumore delle suole che stridevano sulla ghiaia e poi ascoltavo l’erba, in quei prati che mi permettevano di andare anche scalzo.

Era la prima volta che raccoglievo i rifiuti lasciati da altri mentre negli ultimi quarant’anni ero stato un deturpatore di ambienti. Lì quel giorno, su una strada chiamata Francigena, mi capacitai delle mie mani e mi ricordai di quando scrivevo. Ero un adolescente e stavo ore a cercare parole nuove sul dizionario, a struggermi nei tanti significati, ma non ero mai riuscito a confessare ai miei genitori che avrei voluto fare lo scrittore da grande. In famiglia, gli artisti o chiunque evadesse dal diktat istituzionale, era considerato un invertebrato, un fannullone, o peggio, uno destinato alla miseria.

Fu mio zio, una sera che era passato a trovarci, a risolvere ogni dubbio, mi chiese di lavorare per lui. Avrò avuto sedici anni. Mio zio era un tipo diverso da chiunque altro ma soprattutto era l’antitesi di suo fratello, era più accentratore, sicuro di se stesso e sapeva come prendersi quello che voleva. Mi piaceva più mio zio -di mio padre- ovviamente! Aveva l’aria del vincente, e per un ragazzino i miti a cui rifarsi sono i supereroi, non gli sfigati Fantozziani. Quando lo incontravo al Bar della Stazione, da piccolo -mia madre mi portava a scuola nel plesso di fronte alla ferrovia- lui mi salutava con grande stima, come se stringesse la mano di un suo pari.

Fumava scaltro, le boccate dispotiche sembravano espiare i demoni ferrigni, e strofinava la sua moneta portafortuna sui gratta-e-vinci della settimana, del mese, dell’anno, con la foga di chi avrebbe voluto mangiarsi tutto, anche la doratura sfregata. Quando vinceva, la cerchia degli amici dava fondo alla bottiglia di Cointreau, piroettando i bicchieri in brindisi leccaculo; in caso contrario, poche volte in realtà, irrimediabilmente bestemmiava e colpiva due, tre, sette volte le nocche grassocce e screpolate sul tavolino, facendo vibrare i sorrisi.

Della polvere ruvida gli usciva invasiva dalle tasche. Una sola volta gli chiesi perché fosse sempre così bianco: mi rispose che lavorava con la calce, poi specificò “Impasto i mattoni”.

Questa idea che i mattoni potessero essere impastati mi fece pensare ad un’attività creativa più che ad un lavoro pesante. Lo invidiai per essere riuscito laddove mio padre aveva fallito.

Dalle tasche non gli usciva solo la polvere, ma anche mazzi di banconote arrotolate. Pagava sempre le colazioni di tutti, anche la mia, di ogni giorno ed anno che ero passato di lì.

Qualche settimana dopo che me lo aveva proposto, accettai di lavorare per lui. La mia vita di sedicenne, di lì ad un paio di mesi decollò accidentalmente e, senza preavviso, fui investito da una ondata di benessere. Avevo la possibilità di invitare qualsiasi ragazza volessi, non solo portarla fuori, pagare il ristorante o l’aperitivo, o il cinema di turno, ma anche presentarmi in maniera curata, scarpe e vestiti modaioli, macchina importante, regali alla mano.

Frequentavo i locali come un onnipotente figlio di papà mentre ogni mattina costruivo insieme agli altri operai la casa di qualcuno, l’ufficio di qualcun altro; l’attico di un uomo d’affari, il ristorante di uno chef importante. E ricevevo da mio zio cordiali pacche sulle spalle come se mi reputasse degno del ruolo che mi aveva affidato.

Non mi chiedevo mai se quello che stavo facendo mi piacesse, non badavo alle aree su cui costruivamo, mi limitavo a fare il mio lavoro, il mio turno e poi fuggivo a divertirmi.

Non camminavo mai sul posto di lavoro, ero uno stereotipo che impastava i mattoni, e mentre li impastava, ricercava nella testa le parole giuste per far colpo sulla ragazza della serata.

Invece quel giorno, sulla Francigena, mentre camminavo col passo lento, riscoprii alcune sensazioni di quando ero piccolo e mio nonno mi portava in campagna, ad esempio riconobbi gli odori pastosi del fieno, le aie aperte, il trillo dei grilli, tutti i rumori ed i sapori ai quali non ero più abituato.

Mi formicolava la testa nell’ascoltare i pensieri muoversi. C’erano tante situazioni irrisolte nella mia vita e tra i passi sembravano esplodere. Pungermi. E non erano zanzare o insetti dispettosi.

Mi fermai a guardare il laccio della scarpa, penzolava come me. Poggiai il piede sullo steccato vicino, strinsi in un nodo doppio il laccio e mentre ero lì, notai l’adesivo del pellegrino, sul corrimano della staccionata. Sorrisi, aveva un’aria buffa. Ma quando alzai lo sguardo ero rimasto da solo e la solitudine di quel selciato subentrò alla forza del vento. Era come se un mondo parallelo avesse risucchiato tutti gli altri, o forse il contrario, ero io ad essere stato catapultato in una dimensione simile ma diversa. Il cellulare non prendeva, pensai che se mi fosse venuto un attacco di panico, nessuno mi avrebbe sentito. E mi capacitai che potevano succedermi due cose: o crollare a terra in un delirio atavico o rimanere in piedi come un combattente, ma riflettei, in entrambi i casi, il finale sarebbe stato lo stesso, avrei ripreso a camminare. Quella scoperta che dopo la fobia, la coscienza si riappropria dei suoi spazi, mi fece sentire libero.

Avevo prenotato quell’escursione perché annoiato dalla routine, dalle sedute di psicanalisi, dagli amici -gli stessi quasi dell’ambito lavorativo- non sapendo bene cosa aspettarmi in realtà, ma quando poi avevo confermato la partecipazione, senza un motivo preciso, mi era venuto questo pallino che mi sarei potuto perdere. L’avevo prontamente ricacciato per evitare di crearmi un nuovo alibi di fuga.

Invece, se pure assurda, quella situazione si presentò. Ero da solo con me stesso, le erbacce incolte sul sentiero, la terra biancastra che si infilava lunga e sinuosa tra banchi di rovi, fino a scomparire, il battito d’ali di qualche farfalla tra i fogliami a muovere l’aria. Ero solo, in attesa di sentirmi male.

Invece il cuore non pulsò come avrei pensato, né poco più veloce né poco più lento del battito normale. Ero estremamente sereno. La solitudine della strada mi fece sentire improvvisamente sollevato. Si sparpagliarono anche gli spilli o le qualsivoglia zanzare, e la malsana compiacenza del vuoto, che mi aveva stregato per anni fino a togliermi il fiato, stavolta non mi avvinghiò, se ne stette in un angolo.

Mi inchinai a raccogliere una bottiglia di plastica, malconcia e infangata. La guida ci aveva raccomandato di farlo, perché, aveva detto, la Francigena era lì da secoli e spettava a noi, che la attraversavamo, il compito di tenerla pulita. Poi aveva aggiunto che ne avremmo tratto beneficio. Così, se pure libero da vincoli, passi e ombre di altri, occhi a sorvegliarmi lo continuai a fare. E più la busta si riempiva più perdevo i miei macigni. Come una formula algebrica o un test ben riuscito di chimica.

Mio zio sarebbe annichilito, lui che di sporcizia ne aveva respirata tantissima.

Un giorno, mi ricordo, eravamo in macchina, un uomo, seduto in quella davanti a noi, una berlina lucida, aveva gettato dal finestrino, lì, sull’asfalto -fila chilometrica di spettatori- un involucro bianco, probabile foglio untuoso che aveva contenuto un bel pezzo di pizza. Mio zio mi aveva guardato e mi aveva detto “Tanto se lo raccogli, qualcuno dopo di te ne butta un altro!”.

Io ero rimasto perplesso ma non avevo obiettato. Qualche anno dopo ero diventato l’uomo che “distrattamente” gettava dal finestrino la plastichetta delle sigarette e qualche gomma masticata pesantemente.

Poi avevo conosciuto Sonia -impalmata con ventiquattro carati- donna affascinante ma il cui charme si era tradotto in egocentrismo cronico, insopportabile anche per un uomo come me, abituato ad avere vicino solo donne esuberanti. E con lei si era realizzato uno dei miei più grandi sogni, quello di diventare padre. Di Mattia, che oggi ha sette anni. Io e Sonia siamo ormai separati da quattro. Fu mio figlio a ricongiungermi con me stesso.

Mi ricordo tra tante, una domenica, anzi, una delle nostre domeniche consentite.

Quella domenica, come in un déjà-vu, mi si ripresentò davanti agli occhi la stessa scena di quando quell’uomo aveva gettato in terra la carta della pizza, solo che io in questa circostanza ero l’adulto, Mattia il bambino e il contesto era un marciapiede di Trastevere invece che il Raccordo Anulare.

E accadde così, mentre stavamo parlando di cartoni animati, quindi concentrati in un mondo tutto nostro, fantastico, Mattia sfilò via la mano dalla mia stretta, all’improvviso, e corse a raccogliere una cartaccia che poi infilò nella mano di un passante che se ne stava andando.

“Si è perso questa, signore” gli aveva detto, gli occhi innocenti. L’uomo nell’incredulità aveva stretto l’involucro untuoso -gli angoli della bocca avevano tardato a rivolgergli un sorriso- poi si era guardato attorno e nella contrazione dei muscoli aveva accennato un grazie rinsecchito. Di schiena, mentre se ne andava, aveva la strafottenza tipica dei maleducati. Mi dissi che, appena svoltato l’angolo, di certo, l’avrebbe buttata altrove, su un altro marciapiede stanco. Però l’immagine di Mattia, così fiero, controbilanciò il mio pessimismo. Ne fui sicuro da subito, se non aveva cambiato quell’uomo, aveva di certo cambiato me.

Da quel fatto fui più attento alle mie azioni quotidiane e notai di come mi saltavano all’occhio dettagli che mai avevo considerato, soprattutto in ambito lavorativo, feci caso che costruivamo in aree agricole interdicendo ogni possibilità futura di sviluppo, che pisciavamo come operai maldestri, e ovunque, tranne che in un bagno.

Come operai, appunto. Ero rimasto un operaio. Quel mio zio dai discorsi facili, col cuore pieno di polverosa calce e le tasche tronfie di banconote, non mi aveva mai promosso ad altro. I bei vestiti di facciata la notte e gli stivali pieni di calce il giorno finirono per scuotermi. Nonostante il portafogli non si lamentasse, il dove costruivamo era diventato un cruccio. Edificavamo nonostante le case sfitte, invendute e ponteggiavamo aree verdi in modo selvaggio. C’era anche chi non lo faceva. Noi sì. Con l’aiuto di qualche amministratore compiacente, con i vari iter-qualcosa pronti sulle scrivanie per guadagnare tempo, con la mentalità da preistoria.

Poi arrivò la Francigena. Fu un fatto piuttosto strano, ma quello fu il momento in cui diedi una svolta definitiva alla mia vita. Dopo aver capito che non sarei morto di attacchi di panico e che il mondo mi stava offrendo altre vie da percorrere, mi imbattei in un sentiero fresco, per un tratto boschivo. Persi le nuvole, sopra, per un po’, così i pensieri. Sembrava si fossero sbriciolati dietro. Ma non le mani. Le mani emersero fiere, conducevano la busta con le immondizie degli altri.

Quel lento camminare iniettatosi nelle gambe mi restituì la consapevolezza di esserci, sia io, con le mie debolezze, sia la Natura, ma non come l’avevamo trasformata noi, bensì come era stata concepita. Maliarda.

Mi giravo in tondo per scorgere da una qualche lontananza segnali visibili dei miei compagni di viaggio, ma di loro non un’orma a confortarmi; sentivo però un grosso respirare vicino al mio, incomprensibile. Di nuovo, m’imbattei nell’adesivo del pellegrino col suo fagotto in spalla. Sorrisi al pensiero che dove stavo passando io erano passati uomini lungimiranti, diretti in Terra Santa o a Santiago de Compostela, e perfino l’Arcivescovo Sigerico di ritorno a Canterbury. Pensai che forse i respiri erano i loro e che, se erano i loro, dovevo essere caduto nello spazio parallelo passato, mentre i miei compagni dovevano essere rimasti in quello presente. Per un momento mi resi conto di quanto poco avevo viaggiato, i passi si fecero leggeri, più leggeri, ancora più leggeri, camminai non so quanto e quando riuscii a tornare a casa dissi a mio figlio “Papà vuole scrivere di viaggi, che ne pensi? Ti va di partire insieme, tu ed io?”

“Nonno ha detto che un giorno lo avresti detto, ma perché lui lo sapeva già?”

In fondo al cuore ero sollevato. Mio padre nel suo quieto contegno, nella sua isola perbene, senza illudermi, era stato migliore di mio zio. Ora lo sapevo, quelle poche regole di vita che mi avevano fatto guadagnare il rispetto degli altri me le aveva insegnate lui.

-Vincitore del Premio Fantasya, categoria racconti-
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