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Il lago e la mano: Un racconto a metà

Il lago e la mano Pht Emanuela Gizzi Mapping Lucia
I L   L A G O   E   L A   M A N O

-Un racconto a metà-

 

Laggiù c’era un lago.

Un lago pieno d’ortiche, di muschi, di licheni penzoloni. Un biancore fumoso saliva dal pelo dell’acqua come una carezza.

Mi sembrò di sognare, di essermi addormentata improvvisamente e aver attraversato un bosco solo con la fantasia dei miei piedi.

Non avevo incespicato, nemmeno una volta, non avevo graffi, solo la sensazione di leggerezza nella pancia.

E, se fosse spuntato un unicorno, non me ne sarei stupita, sarebbe apparso la normalità in quel quadro idilliaco.

Il cuore sobbalzò pensando che mi sarei svegliata, così mi affrettai ad avvicinarmi per toccare con la punta delle dita lo squillante acqueggiare.

La luce sembrava un tramaglio. Gli alberi filtravano fessure bellissime da cui venivano giù gli angeli, un pulviscolo di brillantina evanescente.

“E poi dicono che il paradiso non esiste. Credo, invece, che il paradiso lo abbiamo dentro. In quella profondità buia dove lo nascondiamo o, da dove, dovremmo riesumarlo”.

Mentre ero assorta, una pennellata di quella luce mi tamponò le guance, poi si fece subito cinerognola, così il calore formicolò via e io, nel sentire il tepore fuggire da me, aprii gli occhi e vidi delle improvvise nuvole catatoniche appesantire il cielo e anche il riflesso del lago.

Gli alberi per un po’ mi sembrarono scortecciati e le foglie dipinte di veleno ma era solo un passaggio di luce, denso, che aveva fatto cambiare la muscolatura alla vegetazione.

Il lago divenne uno specchio, ci si cominciarono a riflettere i piccoli insetti, il fogliame violaceo, la rabbia delle nuvole, maldisposte a guardarsi tanto abbrutite.

E qualcosa mi si infilò nello sguardo. Una mano, che era tesa verso di me, poi sopra di me, come in piani scomposti che si succedevano e si accastellavano senza darmi il tempo di reagire, guardare meglio, capire.

Mi teneva la testa come un copricapo e il suo calore mi arrivò fino al petto.

Allora il respiro mi mancò, sollevai lo sguardo, muta, e carica di mille domande. Feci per pronunciare qualcosa ma dalla bocca uscì solo aria, non sentivo la mia voce e nemmeno il mio cuore, ero ipnotizzata dalla mano che era diventata più reale di me.

Era una mano magra, ne sentii l’ossatura.

Il lago mi circondò e io divenni la sua statua, lì in mezzo, votata a sorvegliare la sua bellezza in eterno.

Le braccia, allora, si fecero di marmo, così il resto del corpo. Rimasi paralizzata nei movimenti che avevo tentato invano di approntare: la bocca semi aperta, un braccio sollevato a raccogliere la mano scesa su di me, e un passo appoggiato verso una qualche destinazione ignota. Anche il pensiero sembrava essersi cristallizzato lì dentro.

Ma, intorno -invece- si accese la foresta. Girava come una giostra di cavalli, libellule, carrozze e lucciole che, insieme, volteggiavano e musicavano l’aria su cui era sceso di soppiatto un alone notturno.

Una pioggia rugginosa velò per qualche minuto ogni mio angolo di alabastro, e non ne ero inerme, come pensavo, anzi, la sentivo solleticarmi addosso, come le formiche i piedi, quindi ero viva ma in un involucro. Mi guardai, era come essere messa dentro una scatolina cinese.

Solo i miei occhi potevano girare con il carosello, nutrirsi dello spettacolo surreale e non averne capogiro.

Poi la mano, che era rimasta tutto il tempo sulla testa, si spostò di lato, mi scivolò sulla guancia e, una figura leggera, prese corpo vicino a me. Non potevo voltarmi ma l’iride si conficcò nell’estremità dell’occhio per frugare la stanza di fianco, afferrarne un dettaglio, una lieve sfumatura.

Poi il naso si inzuccherò di un profumo che era sempre stato lì, nella memoria olfattiva. Un profumo che mi riportava in giardino, mi curava le ferite, un effluvio contagioso che mi crebbe nell’addome come una fitta, poi come un’esplosione di fiori.

Sentii tremarmi il marmo che indossavo, sentii violento il pianto salirmi caldo nei vasi capillari e imburrarmi le guance, il collo, i piedi.

Allora, le mani -che erano affusolate come quelle dei pianisti- presero la mia emozione come per raccoglierla in un calice e lei, mia nonna -eterna in un ritratto antico- mi si fece viva nello sguardo, così com’era, una violetta, così come l’avevo amata, una donna che mai ce n’erano state di più belle.

Non servì parlarsi, anche se avrei voluto dirle tante cose, però volevo abbracciare le sue spalle che erano rimaste dentro le mie braccia come un corpo d’aria negli ultimi dieci anni, l’abitudine più difficile da disfare.

Ma il corpo non rispondeva al mio bisogno. Nemmeno se scalciavo con la testa, nemmeno se divenni rossa fin nell’epidermide. Non succedeva niente. Il movimento era chiuso a chiave. La bocca gridò senza che se ne sentisse il fiato. Gli occhi continuarono a roteare, a dare di matto.

Poi la guardai, la guardai davvero, mettendo da parte il mio bisogno, la mia nostalgia, il mio contrasto.

Allora lei appuntò il sorriso conosciuto, sulle labbra sottili, e gli occhi azzurrati mi presero e mi separarono dal marmo. Un afflato intorno a noi, di corvi e colombi, crebbe, fino a sparpagliare di piume, la vita del lago. Una nuvola soffice, di madre.

In quel ritrovarla mi sentii crescere una forza mai avuta.

Poi mi svegliai, come succedeva sempre quando la incontravo nel sonno, quando il dolore prevaleva sulla gioia. Gli occhi divennero un solfeggio di rugiada e le mani, avide, cercarono nelle lenzuola i nostri umori già distanti.


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