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Intervista a un “Pazzo” di Emanuela Gizzi

Intervista a un pazzo di Emanuela Gizzi Disegno di Corrado

Mi è capitato un giorno di incontrare un uomo. Non era un uomo bello, anzi, direi piuttosto emaciato. Non parlava molto, però nel suo modo di contemplare il paesaggio ci ritrovai una bellezza profonda.
Gli dissi che scrivevo. Poi aggiunsi che avrei potuto scrivere una storia su di lui anche senza sapere chi fosse. Quello, che aveva l’aplomb tipico dei nordici, mi squadrò senza scomporsi. Ed io mi incuriosii ancora di più.

Stette un po’ in silenzio, non sembrava turbato dal fatto che gli avessi rivolto la parola, però, a un certo punto, sollevò un sopracciglio. Era largo il sopracciglio e poteva essere: o un grande punto interrogativo o un evidente contrarietà.

Disse senza preamboli: “E cosa scriverebbe?”

Io gli risposi “Potrei inventare una storia sicuramente interessante, ma se potessi intervistarla, sono certa risulterebbe più vera”

“Non ho molto da dire” si strofinò il mento appuntito, cercando probabilmente il senso di quella nostra conversazione.
Le sopracciglia erano diventati due archi speculari. Gli occhi, due tondini intelligenti. Mi fissò per qualche secondo. Così io provai a dargli uno spunto da cui partire.

“Potrebbe dirmi a cosa pensava guardando questo paesaggio poco fa… sembrava così trasportato, ovunque fosse!”.

Lui guardò prima verso destra, poi verso sinistra, come se dovesse accertarsi di dove si trovasse.
La sua statura quando si alzò dalla panchina non cambiò molto, era davvero basso.
C’era un’inquietudine negli abiti che indossava, in come si muoveva, nel viso giallo pallido.
Tossicchiò e si schiarì la voce prima di iniziare a dire qualcosa.
“Ero qui qualche mese fa, proprio su questo sentiero che porta a… a… non ricordo il nome, insomma in cima alla collina. Ero con due amici…. anche se, riflettendoci, ero solo” sospirò e le pupille gli si spalancarono tetre.
Poi proseguì.
“Si è soli quando si è pazzi. Lo sapeva?” mi chiese come se fosse una confidenza, ma anche come se fosse un comizio.  Spifferò appena la parola “matti” e gridò quando disse “lo sapeva?”.
“Si è soli e tutto ha un valore diverso. Prenda questo paesaggio. Lei cosa vede?”.

“Una bella vista tutto sommato” risposi “con dei colori pazzeschi, l’orizzonte caldo, e laggiù il mare, quel fiordo che lo penetra, le barche che mi danno un senso di pace… vedo questo… e lei?”.

“Io vedo la disumanità dell’uomo che ha trasformato ogni ruga di terra per sentirsene il padrone” si toccò la testa calva, pareva che qualche suono acuto lo avesse infastidito. Ma non c’era che il silenzio intorno.
Solo di tanto in tanto si aprivano siparietti di voci sfumate: le persone ci passavano davanti dentro i loro micro mondi, e parlavano fitte fitte.

“Diceva che era qui qualche mese fa” lo incalzai.

“Sì, ero proprio laggiù quando successe” indicò un punto imprecisato sul viale, più o meno a metà.

“E, accadde qualcosa di particolare?” ero arsa dalla curiosità come spesso mi capita quando le vite degli altri mi entrano nella testa.

“Accadde… Accadde…” si appoggiò alla staccionata e si impietrì “… c’era un tramonto di quelli che non si dimenticano: nubi dense come lingue di fiamme e tuoni di spade. Il fiordo invece era diventato una terra nero-blu, impervia, sovrastata dalla potenza del cielo e il mare una massa oleosa. Mi salì dentro una malinconia brutale. Un rigurgito velenoso. Non saprei descriverlo… le è mai capitata una cosa così?”
Gli risposi che a volte, come tutti, avevo dei malesseri ma che no, non mi era mai successo di sentirmi salire un rigurgito velenoso.

“Qua in cima c’è un manicomio…” indicò sbadato “e da lì arrivano certe grida che forano i timpani, grida angosciate di gente che non conosco ma mi sembrano così vicini a me”.
Si portò di nuovo la mano alla testa e se la sorresse come se questa stesse per cadergli.
“Natura e uomini non vanno d’accordo, non possono andare d’accordo. Una vuole gli spazi per crescere, gli altri vogliono gli spazi per costruire. Capisce da sé che si annullano a vicenda” disse staccandosi dalla staccionata e andandosi a risedere.

Gli andai dietro sempre più rapita dalla sonorità di quelle parole, dal peso di quello sguardo indefinito. Lui proseguì come se ormai non servisse più che io gli domandassi.
“Dio ci ha dato un mondo perfetto e struggente e poi ce lo ha lasciato distruggere. E ha lasciato anche quei poveri Cristi lassù tra le mura vuote, a gridare, a rimbombare dentro loro stessi, a fare echi sovrumani, inascoltabili, che non ti danno pace. Tu passi qui e non ti danno pace …. non lo sopporto, ecco, non sopporto il dolore degli altri e nemmeno il mio” la nervatura del suo collo divenne violacea, così le mani.
“Lei ce la fa a sentire e vedere tutto questo dolore e vivere come se nulla fosse? Io no, io ho una paura mortale di impazzire, non trovo più rifugi dove nascondermi, un Dio da pregare, amici in cui cercare conforto… niente… niente intorno che mi salvi” la testa gli scivolò giù tra le mani, un teschio senza più carne.
Dentro quella costernazione disse “Ho urlato anche io quel giorno mentre passavo di qui, ho urlato tutta la paura e la frustrazione che avevo in corpo, ho urlato contro il fiordo, contro il tramonto di sangue. Ho urlato per sentirmi come loro. Ho urlato… e, sa cosa si sente quando uno urla? La morte. E quei due miei amici non mi hanno sentito, hanno pensato che fossero i pazzi”.

La gola mi si indurì.

“… capisce? Non mi hanno sentito. Perché non siamo più abituati ad ascoltare davvero” sembrò rassegnato, poi aggiunse “… nessuno mi sentì, né i passanti, né Dio, né Oslo laggiù all’orizzonte. Ma c’era un uomo seduto proprio dove siamo noi, era un pittore. Così mi disse. E quello, non mi dipinse mentre urlavo? Mi dipinse…”.
Gli si smorzò la voce. Io rimasi senza respiro. Fece una breve pausa poi riprese.
“Qualche giorno fa passavo per una via di Oslo, ho visto la mia faccia dentro una galleria d’arte. Lei che avrebbe fatto? Io sono entrato, sono andato davanti al mio ritratto e sono rimasto lì un’ora a fissare il mio urlo. Ero deformato, non c’era più sesso in me, potevo essere una donna calva o uno scheletro con un po’ di pelle appiccicata” si asciugò il pianto che gli cadeva giù silenzioso e proseguì “la mia pelata, che già non è un belvedere, somigliava a un uovo, il mio corpo andava per conto suo, sembrava che il pittore avesse visto un forte vento sopraggiungere e che questo stesse cercando di spazzarmi via di lì ma non ci riusciva, io ero più forte”.

“Mi sono sentito in pace, mi crede? Quel pittore, tale Munch -lessi sul quadro-, mi aveva capito, il mio dolore muto era stato fermato su una tela, lo vedevo, ce l’avevo davanti alla faccia. E anche se mi vidi in tutta la mia mostruosità, mi riconobbi per la prima volta e respirai… respirai, e poi respirai” inarcò un piccolissimo sorriso “… e scrissi qualcosa lì sul quadro, in cima dove c’era il tramonto di fiamme e di spade, scrissi una cosa, scrissi: poteva essere stato dipinto soltanto da un pazzo”.
Rimasi attonita per qualche secondo.
“Davvero lo ha fatto? E il pittore non se n’è accorto?” gli chiesi incredula.
“Assolutamente no, era schivo, come me, e gli arrivavano critiche sui quadri, soprattutto sul mio, ah! Se ne stava ingrugnito in un angolo… Eppure quel Munch mi ha dato una chance. E penso di stare migliorando di salute. Penso che non impazzirò mai, che non finirò come pensavo in cima alla collina di Ekberg… ecco, si chiama così la collina. E in questo momento vedo uno spiraglio anche grazie a lei. Lei, come quel pittore, mi ha visto”.
Questo significa che non sono più invisibile?” non aspettò che io rispondessi “…forse, se gente che scrive e che dipinge mi vede, significa che sono davvero più forte del vento che vuole spazzarmi via”.

Gli chiesi se potevo pubblicare la sua storia.

Mi disse “Tra pazzi non possiamo dirci di no”.

 

D e d i c a t o   a   c h i   s a   u r l a r e ! ! !

 

 


Tra i racconti dell’autrice la storia del Gatto Caramel in tre parti:

La Francigena di Caramel – 1 Parte
La Francigena di Caramel – 2 Parte
La Francigena di Caramel – 3 Parte


Qui un piccolo promo del libro “DAL VENTO AL VENTO


 

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