
INTERVISTA A UN PAZZO
Mi è capitato un giorno di incontrare un uomo. Non era un uomo bello, anzi, direi piuttosto emaciato. Non parlava molto, però nel suo modo di contemplare il paesaggio vi ritrovai una bellezza profonda.
Gli dissi che scrivevo. Poi aggiunsi che avrei potuto scrivere una storia su di lui anche senza sapere chi fosse. Quello, che aveva l’aplomb tipico dei nordici, mi squadrò senza scomporsi. Ed io mi incuriosii ancora di più.
Stette un po’ in silenzio, non sembrava turbato dal fatto che gli avessi rivolto la parola, però, a un certo punto, sollevò un sopracciglio. Era largo il sopracciglio, e poteva essere o un grande punto interrogativo o un’evidente contrarietà.
Disse senza preamboli: “E cosa scriverebbe?”
Gli risposi “Inventerei sicuramente una storia interessante, ma… se potessi intervistarla, ecco, sono certa che conterrebbe più verità e…”
“Non ho molto da dire” mi interruppe. E poi sospirò.
Nello strofinarsi il mento appuntito mi parve che cercasse un senso a quella nostra conversazione insolita.
Le sopracciglia erano diventate due archi speculari. Gli occhi, due tondini intelligenti. Mi fissò per qualche secondo e io sostenni il suo sguardo.
“Niente, dice? Mh… potrebbe dirmi a cosa pensava poco fa guardando questo paesaggio. Aveva un’aria così… distante. Ovunque fosse, lei emanava luce”.
Lui si guardò attorno, e si guardò i piedi. E si toccò le mani e poi tastò qualcosa nelle tasche, ma non ne estrasse nulla. Si alzò dalla panchina e quando lo fece la sua statura non cambiò poi molto, continuò ad essere basso.
C’era un’inquietudine negli abiti che indossava, in come si muoveva, nel viso giallo pallido, che mi muoveva una tenerezza dentro mai provata.
Tossicchiò e si schiarì la voce prima di iniziare a dire qualcosa.
“Pensavo a un fatto. Di qualche anno fa. Ero qui, proprio su questo sentiero che porta a… a… non ricordo il nome, insomma in cima alla collina. Ero con due amici…. anche se, riflettendoci, ero solo” sospirò e le pupille gli si spalancarono tetre.
Poi proseguì.
“Si è soli quando si è pazzi, lo sapeva?” mi chiese, come se fosse una confidenza ma anche come se fosse un comizio. Spifferò appena la parola “matti” e alzò la voce quando disse “lo sapeva?”.
“… Si è soli e ognuno dà un valore diverso alle cose. Prenda questo paesaggio. Lei che vede?”.
“Una bella vista” risposi d’impulso “con dei colori straordinari, l’orizzonte caldo, e laggiù il mare, quel fiordo che lo penetra, le barche che mi danno un senso di pace. Vedo questo… e lei?”.
“Io vedo la disumanità dell’uomo che ha trasformato ogni ruga di terra per sentirsene il padrone” si toccò la testa calva, pareva che qualche suono acuto lo avesse trapassato da parte a parte, infastidendolo. Ma non c’era che il silenzio intorno.
Solo di tanto in tanto si aprivano siparietti di voci sfumate: le persone ci passavano davanti e dentro i loro micromondi parlavano linguaggi fitti di vita, ipocrisia, romanticismo, mediocrità.
“Mi stava raccontando di un episodio … è successo qui?” guardai la panchina, i nostri piedi, lo steccato, il paesaggio lunare.
“Sì, proprio lì” indicò un punto imprecisato del viale e gli occhi gli si indurirono.
Ero arsa dalla curiosità, come spesso mi capita quando le vite degli altri entrano di prepotenza nella mia testa.
“Accadde qualcosa…” disse impietrito “… c’era un tramonto di quelli che non si dimenticano: nubi dense come lingue infiammate e tuoni di spade. Il fiordo invece era diventato una terra nero-blu, impervia, sovrastata dalla potenza del cielo, e il mare una massa oleosa. Mi salì dentro una malinconia brutale. Un rigurgito velenoso. Non saprei descriverlo… le è mai capitata una cosa del genere?”.
Gli risposi che a volte, come tutti, avevo dei malesseri ma che no, non mi era mai successo di sentirmi salire un rigurgito velenoso.
“Qua in cima c’è un manicomio…” indicò sbadato “e da lì arrivano certe grida che forano i timpani, grida angosciate di gente che non conosco… ma mi sembrano così vicini a me. Padri. Madri.Figli”.
Si portò di nuovo la mano alla testa e se la sorresse come se questa stesse per cadergli.
Poi però gli si riaccese un guizzo. “Natura e uomini non vanno d’accordo, signorina, non possono andare d’accordo. Una vuole gli spazi per crescere, gli altri vogliono gli spazi per costruire. Capisce da sé che si annullano a vicenda. No?”.
Gli andai dietro, sempre più rapita dalla sonorità delle sue parole, dal peso di quello sguardo indefinito, o forse solo smarrito. Lui proseguì, però, come se ormai non gli servissero più le mie domande per continuare.
“Dio ci ha dato un mondo perfetto e struggente e poi ce lo ha lasciato distruggere. E ha lasciato anche quei poveri cristi lassù tra le mura vuote, a gridare, a rimbombare dentro loro stessi, a fare echi sovrumani, inascoltabili, che non ti danno pace. Tu passi qui e non ti danno pace …. non lo sopporto, ecco, non sopporto il dolore degli altri e nemmeno il mio”.
La nervatura del collo gli si fece violacea, pulsava. Così quella delle mani.
“Lei ce la fa a sentire e vedere tutto questo dolore e a vivere come se nulla fosse? Io no, io ho una paura mortale di impazzire, non trovo più rifugi dove nascondermi, un Dio da pregare, amici in cui cercare conforto… niente… niente intorno che mi salvi”.
La testa gli scivolò giù tra le mani, un teschio senza più carne.
Dentro quella costernazione disse “Sa cosa successe quel giorno? Ho urlato. Proprio lì nel mezzo del viale. Ho urlato tutta la paura e la frustrazione che avevo in corpo, ho urlato contro il fiordo, contro il tramonto di sangue. Ho urlato per sentirmi come i poveri cristi. Ho urlato… e, sa cosa si sente quando uno urla? La morte. Anzi, peggio, la solitudine. Quei due amici con cui ero a passeggio non mi hanno sentito. Hanno pensato che fossero i pazzi”.
Quella parola, pazzi, vibrò. E nel silenzio che seguì, la mia gola divenne dura come un sasso. Forse perché in un altro tempo avevo indossato anche io l’invisibilità. Sapevo la forma che aveva e sentivo nella pelle la pena infinita di quell’uomo.
“… capisce, signorina?” mi sorrise stringendo i denti “Non mi hanno sentito. Perché non siamo più abituati ad ascoltare davvero”.
Compatii la sua rassegnazione mista a disprezzo, e lui credo lo avvertì, ma non se ne vergognò, anzi, scelse di affondare il coltello nella piaga “… nessuno mi ha sentito: né i passanti, né Dio, né Oslo laggiù all’orizzonte. Nessuno. Tranne uno. Un tizio strampalato. Era seduto proprio su quella panchina e aveva un blocco da disegno tra le mani. Era un pittore. Così mi disse. E … bè, quello non solo mi ha sentito ma … non mi ha disegnato mentre urlavo? Mi ha disegnato su quel blocco!”.
L’uomo rise di sé e il riso gli si trasformò in singhiozzo isterico. Io fremevo dal desiderio di conoscere il seguito della storia ma quel momento di leggerezza mi rapì. Risi con lui e per qualche minuto galleggiammo in una bolla.
“Vuole sapere cosa accadde dopo un paio di mesi, forse tre?” mi chiese con una luce indecifrabile negli occhi.
Annuii eccitata.
“Bè, stavo passando per una di queste vie di Oslo piene di negozi e proprio lì, dietro una vetrina, improvvisamente, spuntò fuori la mia faccia. La mia faccia con la bocca distorta, Guardai l’insegna in alto, diceva: Galleria d’Arte Condò. Ero confuso, impaurito, in collera. Avevo mille pensieri in testa. Lei che avrebbe fatto? Io sono entrato, e sono andato davanti alla mia faccia. Sono rimasto a fissarla per un’ora. Fissavo me stesso con quella enorme, brutta bocca spalancata. Ero deformato, non c’era più sesso in me, potevo essere una donna calva o uno scheletro con un po’ di pelle posticcia”.
L’uomo riprese fiato e si asciugò il pianto che gli cadeva giù dagli occhi, silenzioso. Poi proseguì con un rinnovato slancio “… la mia pelata, che già non è un belvedere, somigliava a un uovo, il mio corpo andava per conto suo, sembrava che quel pittore avesse visto sopraggiungere un forte vento e che io mi ci fossi ritrovato in mezzo. Ma il corpo, pur ondulando sotto le raffiche, non mi si spezzava e non veniva spazzato via. Strano, pensai, io secondo il pittore sarei più forte del vento?”.
Al ricordo di una tale rivelazione si morsicò il labbro inferiore e raccolse un sassolino da terra. Poi lo scagliò oltre lo steccato.
“Guardando il quadro mi sono sentito in pace, mi crede signorina? Quel tizio mi aveva capito: il mio dolore muto era stato fermato su una tela, lo potevo vedere, ce l’avevo davanti alla faccia. E anche se mi sono visto in tutta la mia mostruosità, mi sono riconosciuto per la prima volta e ho respirato… sì, ho respirato fiducioso. Già, fiducioso. Perché il pittore mi aveva immortalato con una forza che non avevo mai sentito di avere”.
L’uomo mi sorrise e poi disse sorprendendomi “… scrissi qualcosa lì, sul quadro, proprio in cima dove il tramonto di fiamme e di spade si allargava. Scrissi una cosa, scrissi: poteva essere stato dipinto soltanto da un pazzo”.
Fissai quell’uomo, il sorriso gli diventò bambinesco e io pensai si stesse prendendo gioco di me. Ma invece no. Era sincero. Lo aveva fatto davvero.
Gli chiesi incredula ed eccitata “E il pittore non se n’è accorto?”.
“Ma no, quello se ne stava in un cantuccio. Era schivo, perplesso, preoccupato. Le persone se ne andavano in giro per la galleria criticando i suoi quadri, aveva altro per la testa. In special modo quel mio ritratto aveva scatenato i commenti più feroci. Ah, poveraccio! Se ne stava ingrugnito a rimuginare dentro di sé… Mi dispiacque per lui. Quel pittore mi stava dando una chance. E sa cosa? Non la voglio sprecare. Penso che non impazzirò mai, che non finirò come pensavo in cima alla collina di Ekberg… ecco, si chiama così la collina. E per questo devo ringraziare anche lei signorina. Sì, lei, non mi guardi così. Lei, così come quel pittore, mi ha visto. Ha visto proprio me. Forse poi non sono così invisibile, no?” non aspettò che io rispondessi, aggiunse “…forse, se gente che scrive e che dipinge mi vede, significa che sono davvero più forte del vento!”.
Quando ci salutammo gli chiesi se potevo pubblicare la sua storia.
Si fermò, mi poggiò una mano sul braccio e acconsentì “Tra pazzi non possiamo dirci di no. Non crede?”.
