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La Francigena di Caramel – 3 Parte

La Francigena di Caramel Pht Emanuela Gizzi Mapping Lucia

LA FRANCIGENA DI CARAMEL

_ T e r z a   P a r t e _

Non poteva essere la mia Francigena, quella per cui mi ero tanto prodigato. Il mio lavoro di accoglienza mi sembrò inutile. Mi ammosciai.

Per qualche settimana, il tic-tac sui sanpietrini e i passi carrarmati, sortirono in me l’effetto dei primi tempi. Mi svegliavano e, per abitudine, mi facevano alzare. Ma -subito- le ultime scoperte mi facevano ricadere acciambellato sul muretto. Aprivo un occhio solo per vederli bere, scherzare tra loro, dirsi piccole bugie, darsi dei baci, e poi lo richiudevo, sconfitto dall’inerzia. Mi tornava in mente a ripetizione la lavatrice buttata sull’antica via.

Passai un anno fiacco. La mia padrona mi portò dal veterinario due volte. Mangiavo, quindi il veterinario le diceva che era la vecchiaia e di non preoccuparsi.

“Ci sarai tu vecchio” bofonchiavo, tra la noia e l’inquietudine.

Lei allora iniziò a farmi dormire in casa, per capire se soffrissi di abbandono.

“Noi ti vogliamo bene, lo sai vero?”

Io le leccavo le dita della mano, le facevo le fusa. Certo che lo sapevo. Ma non ce la facevo, ero stanco.

Un giorno, di nuovo, si aprirono le porte della Chiesa di San Michele Arcangelo. C’era una musica antica che proveniva da dentro e la gente vi affluì rapidamente, qualche ritardatario riaprì e richiuse, l’ultimo lasciò appena una fessura da cui si poteva spiare la bella umanità.

Uno spiffero di luce, di suoni magici, di aliti. Uno spiffero che guardai a lungo.

C’era in quella musica una soavità mai sentita prima. Erano entrati tanti musicisti e, sul volantino abbandonato a terra, c’era scritto “Misa Criolla”. Non sapevo cosa volesse dire ma mi sembrò di volare con la fantasia. Poi lessi in fondo, in un carattere più cicciotto, veniva specificato che si trattava di una “Raccolta fondi per i restauri in corso”.

Mi tornò in mente la signora dai capelli argentei e mi sentii stupido. Un segreto! Scrollai la coda, non ebbi voglia nemmeno di raccontarlo a Missi. Avrei fatto la figura di un cretino. Come avevo potuto immaginare di essere il custode di un segreto. Non avevo nemmeno intuito che la Via Francigena fosse un luogo tanto differente da come me l’ero sempre immaginato.

Sembravo uno di quei gatti dei cartoni animati a cui qualcuno ha disegnato una bolla sul naso. Lulù, la figlia dei miei padroni, rideva sempre dei gatti con le bolle sul naso. Io, offeso e deluso dal suo schernirmi, mi andavo a rannicchiare sulle ginocchia del mio padrone. Da lui, per fortuna non ricevevo questo trattamento denigratorio. Anzi. Ho imparato tutti i termini che conosco da Giorgio. Lui è un professore di lettere, scrive libri. E, per mia fortuna, legge ad alta voce tutte le ricerche sul vocabolario.

“Mi concentro meglio” ripete ogni volta a Marzia, la mia padrona, che invece sembra piuttosto seccata dal suo cantilenare.

Giorgio non mi ha mai scacciato, gli piace -secondo me- che io assista ai suoi ragionamenti.

Ripensai al giorno che avevo seguito quell’uomo con la Katana, chissà se il mio padrone era informato dell’esistenza di una bacchetta con un nome tanto anomalo.

Quella musica meravigliosa intanto mi infiammava la testa. Un tempo mi avrebbe fatto balzare in piedi, così lo spiffero colorato di luce. L’antica curiosità veniva, però, sopraffatta dal ricordo di quel giorno. Mi ero abituato, ormai, a vedere ogni fessura come a un varco, una porta, quindi a una nuova delusione.

Miagolai davanti alla finestra e Lulù mi aprì. Era bello entrare in casa, sdraiarmi senza essere perseguitato dai fastidi esterni. Mi appisolai.

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Per qualche giorno mi si affievolì la fame. Erano tutti in pena per il mio comportamento.

“Non è da Caramel fare così, guarda papà, non mangia nemmeno il prosciutto” Lulù lagnava verso Giorgio un sentimento triste.

“Mh, vero tesoro” Giorgio si toccò il mento. Era afflitto per me, lo capivo, ma ero diventato egoista.

Un vero gatto egoista, non come quando sento dire -da qualche amico dei miei padroni- che siamo egoisti, noialtri gatti. Che ci accasiamo dove ci conviene.

Se fosse stato così, dopo il trasferimento, avrei avuto modo di lasciarli, mettermi all’ombra di qualche pellegrino, e scappare.

Non era così, ma in fondo ero diventato molto più egoista di quel che si chiacchierava tra gli uomini.

Rimasi fuori casa per qualche ora, Marta pensava mi facesse bene stare all’aria aperta, anche se marito e figlia erano contrariati per la decisione.

Sentii delle bacchette in lontananza. Sbadigliai e ricaddi nell’oblio. Erano sempre più vicine. Forse quattro bacchette. Due persone. No, forse tre. C’erano più passi insieme. Ero diventato lento perfino a riconoscere il numero dei pellegrini in arrivo.

Niente. Lasciai stare, inutile pretendere di essere ciò che non si è più. Forse era stato lungimirante il veterinario quando nella diagnosi aveva scritto la parola “vecchiaia”.

Mentre cercavo di risistemarmi nel vaso, dove mi ero infilato, sentii dei passetti sottili sui sanpietrini e dei gridolini accompagnare la corsa puerile.

Puerile è un termine che mi piace molto. Giorgio lo dice spesso dei suoi alunni. Dice “Sono puerili, non si sanno rimboccare le maniche, pretendono tutto e subito, che tristezza”.

Mi sentii tirare la coda, mentre riflettevo sugli alunni apatici che non hanno voglia di lottare.

“Miagh…” lanciai un miagolio fiacco, ma tirai fuori le unghie appuntite per ribellarmi. La zampa rallentò la velocità del movimento, a metà, quando vidi il viso di un bimbetto -con le guance rosse e gli occhi allegri- che mi fissava.

“Papà… papà… MuH!” il bimbetto sollecitava il padre a raggiungerlo.

“Muh? Chi era muh, io?” mi chiesi esterrefatto.

Guardai rapidamente questo padre venire verso di noi. Avrei dovuto farlo parlare con Giorgio per spiegargli che le mucche fanno mu e che i gatti fanno….

“Luca!”

Rimasi intontito a guardarlo. Luca.

“Ramiiii, vieni, guarda, è qui!” chiamò dietro di sé la ragazza che era rimasta con gli zaini in braccio.

“Oh Dio, è proprio lui!” si abbracciarono davanti a me, saltellarono, anche.

“Ciaaaao” mi disse Luca “ti ricordi di noi due?”.

Io non riuscivo a crederci. Li fissavo e basta.

“Amore, non ti sembra sia dimagrito? Starà male?” lei aveva le sopracciglia inarcate e era più bella di come la ricordassi.

Le mancava il sorriso, in quel preciso istante,  perché il fatto che potessi essere malato la fece intristire, ma era radiosa, come quella volta che l’avevo vista venirmi incontro.

Tra loro, il bimbetto tirava ad entrambi le maniche delle giacche, per riprendersi tutta l’attenzione.

Lui era il famoso figlio che lei non voleva, e Luca sì. Doveva essere proprio lui. Sembrava così piccolo per fare una strada tanto lunga. E, sporca.

“Ti stiamo lasciando l’immondizia” miagolai aspro.

Lui allungò una mano tenera e miniaturizzata tra le mie orecchie, mi fece un po’ di grattini. Io sollevai il muso, avevo nostalgia di questo gesto, un tempo quotidiano.

Luca infilò le sue dita sotto il mio mento e per qualche secondo mi lisciò. Lo stesso fece Rami, strofinando più volte la mia coda.

Mi sentii cullato da mani gentili, loro non erano di quelli che gettavano le bottiglie di plastica in terra. Ne ero certo. Lo aveva detto Luca, avevano perfino salvato dei cani dalle mani di macellai.

“Che bello ritrovarti qui, siamo tornati per te. Volevamo far conoscere a nostro figlio, Matteo, il gatto rosso della Francigena” lui si chinò a sfregarmi la fronte “ti avevamo fatto una foto e Matteo ti indica con insistenza, dice Muh, che nella sua lingua vuol dire gatto. Vero Matty?”.

Il bimbetto, nel sentirsi chiamato in causa, mi appiccicò la sua faccia sul muso, lasciandomi poco spazio per respirare. Stranamente non mi stranii. Mi ricordò la gioia di un tempo, quando mi lasciavo amare da tutti. Stetti ai suoi dispetti, ai gargarismi divertiti che mi invadevano le orecchie, non mi importava se sentivo tirarmi i peli, era come stare in mezzo alla tempesta.

“Matteo, amore di mamma, se gli fai così Rosso scappa” lei lo scostò e gli insegnò ad accarezzarmi con garbo.

Rosso. Erano davvero convinti mi chiamassi così, dunque.

La Francigena di Caramel Pht Emanuela Gizzi Mapping Lucia

Feci un balzo sul davanzale della finestra e miagolai. Marzia socchiuse le ante ma non entrai, così fu costretta ad uscire sulla soglia di casa.

“Salve” si dissero un po’ tutti, sorpresi ognuno di trovarsi faccia a faccia con l’altro.

“Lei è la padrona di questo gatto?” Luca si presentò.

“Si, Caramel”

“Ah, si chiama Caramel” una felicità complice brillò negli occhi di entrambi che si guardarono e poi mi guardarono. Sembrava avessero scoperto un tesoro segreto, trovata la chiave che apre tutte le porte del paradiso.

“È un gatto speciale il suo Caramel” e mi strizzò l’occhio. La mia padrona annuì. Rami era straordinariamente misteriosa e sembrava che il senso di quella frase nascondesse molto altro. Ma lo tenne per sé. Per sé e per me.

“Siamo tornati qui appositamente per lui, sa, nostro figlio è nato qui, in questa piazza, si può dire e, Caramel, ha contribuito -a modo suo- senza saperlo, a renderci felici” Luca si chinò verso di me e mi riempì di carezze.

Marzia era lusingata, si sentì fiera di un gatto che, aveva fatto -a detta di questi sconosciuti- qualcosa di importante.

“Posso offrirvi un caffè?”

“Sì, grazie, gentilissima. Sa, per caso, se si può visitare la Chiesa?” Rami fece un gesto in direzione di San Michele Arcangelo.

“Domani, sì, c’è un concerto, se non andate via potreste venire. Non si paga l’ingresso ma, se volete, potete donare qualcosa per i restauri”.

E il giorno seguente, come promesso si presentarono puntuali davanti al portone. Io mi infilai dentro, mimetizzandomi tra le loro gambe. Mi confinai in un angolo buio, in modo da non essere visto. Sentii un odore di cera, forte, salirmi nel naso, poi guardai le luci, mi vennero in mente gli angeli, allora sollevai lo sguardo per verificare fossero ancora lì. Perlustrai intorno e li trovai. E poi rimasi imbambolato dalle pareti. Quelle pareti screpolate e con l’intonaco sporco non erano più come le ricordavo. Erano comparse delle figure colorate, bellissime, una aveva un mantello ampio, un’altra invece aveva il volto di una bambina, ma sembrava importante.

Poco prima che il concerto iniziasse, sentii la voce della signora con i capelli d’argento, presentare , con orgoglio, le figure di Santi -sopra di me- e una Madonna con Bambino -di fianco-, poi passò alla bambina, che in realtà era la Santa Lucia, e infine alla Misericordia, il cui mantello -spiegò- aveva protetto gli abitanti di Formello da una terribile epidemia.

Sull’altare, invece, la signora indicò degli Angeli Adoranti e annunciò il nuovo restauro, nella calotta. Mentre mi domandavo come avrei fatto per vederlo, il pianoforte tintinnò nella chiesa e, subito dopo, lo spirito vivo di un flauto, risuonò.

Mi accoccolai e ascoltai, viaggiai con la mente, mi lasciai rianimare dalle note e da un ritrovato senso del dovere.

Questa è la mia Francigena, mormorai. Intanto riparto… poi si vedrà. Sospirai felice.

<<  F I N E

(Questa storia è frutto di immaginazione ma il protagonista, Caramel, è reale, è uno dei gatti del Centro storico di Formello, se passate di lì fategli una carezza)


SE HAI MANCATO LE PRIME DUE PARTI DEL RACCONTO PUOI RIPRENDERLE QUI:

LA FRANCIGENA DI CARAMEL, PRIMA PARTE

LA FRANCIGENA DI CARAMEL, SECONDA PARTE


PUOI LEGGERE L’ARTICOLO  E GUARDARE IL VIDEO SUI GATTI DEL CENTRO STORICO DI FORMELLO DOVE AVEVO PARLATO DI CARAMEL


OPPURE PUOI LEGGERE ALCUNI ARTICOLI CHE PARLANO DELLA CHIESA DI SAN MICHELE ARCANGELO:

La Misericordia di San Michele Arcangelo

La Santa Lucia di Formello restaurata

Angeli adoranti a San Michele Arcangelo

Scopertura della calotta di San Michele

 

 

 

 

 

 

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