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Il campo di Dachau, per non dimenticare

Un viaggio in Baviera culminato in quella parte di mondo dove i cancelli erano barriere, simboli di prigionia, elementi dissacranti del regime nazifascista

di Emanuela Gizzi
Campo di Dachau - Arbeit macht Frei - Pht Emanuela Gizzi Mapping Lucia

Il campo di Dachau non è un luogo da visitare ma da vivere, l’ultimo binario del Furer, laddove il gioco crudele di uno ha prevalso su un pianeta intero

Il cancello del non ritorno

Il campo di Dachau era a una ventina di chilometri da Monaco di Baviera, così, anche se non era in programma, io e la mia amica Barbara decidemmo di farci coraggio e raggiungerlo.

Piovigginava quel giorno, l’aria era tersa, e la luce grigiastra impallidiva tutto ciò che toccava. Arrivammo con lo spirito in fiamme davanti al cancello e subito l’ Arbeit macht Frei ci pietrificò. Mi sentivo il cuore nel cervello, pulsava, pulsava.

Una spinta e quella scritta si chiuse alle nostre spalle. Il lavoro rende liberi. E’ così pesante da ingoiare, così studiata. Ho immaginato quanti ebrei, leggendola, si saranno sentiti rassicurati. E invece era un giochetto, un terribile, diabolico giochetto.

Gli inganni nel Campo di Dachau

Mi sentivo paralizzata ad ogni passo, e per una frase lasciata indietro un’altra si parava davanti:

C’è un cammino verso la libertà. Le sue tappe sono: l’obbedienza, l’onestà, la pulizia, la sobrietà, la diligenza, l’ordine, lo spirito di sacrificio, la veridicità, l’amore per la patria”

Campeggiava lunghissima, così come ve la riporto, sul tetto dell’edificio centrale. Un altro abominio. Un altro lanternino per le povere allodole.

Campo di Dachau Pht Emanuela Gizzi Mapping Lucia (2)

Oggi non c’è più, ma un pannello la riproduce e da quella fotografia in bianco e nero si evince come, sin da subito, appena gli ebrei avevano varcato la soglia, venivano schiacciati dall’odio di un solo uomo.

Il lavoro che rende liberi si trasformava immediatamente nel campo di concentramento della morte.

Il nostro percorso era tracciato da pannelli che mostravano la natura dei luoghi, una via crucis di stazioni che lasciavano sgomenti, terrorizzati.

I volti sui pannelli emergevano dentro quella crudeltà. I volti che non dimentico e che nessuno dovrebbe dimenticare. Denutriti, gli occhi grandi che chiedono aiuto, la polvere di cui sono vestiti, l’innocenza nelle mani.

Un’esperienza amara

Avevamo su gli auricolari per ascoltare ciascuno, per proprio conto, questa storia inspiegabile. E i corpi di quella gente sembravano parlarci direttamente. La voce spiega, racconta, va nei dettagli, e ogni argomento fa crescere un blocco nello stomaco: inascoltabile, fastidioso, opprimente.

Il campo di Dachau era stato il primo. Ci trovavamo laddove era iniziato tutto.

Con le tempie che rimbombavano abbiamo proseguito.

Sentii forte l’impotenza di quei corpi magri, schiacciati dai getti delle pompe d’acqua, e il loro grido disperato, le mani imploranti verso i carnefici. E senza avere una colpa. Questo è terribile.

Camere a gas Dachau Pht Emanuela Gizzi Mapping Lucia

Il campo di Dachau nelle mani di un malato

Le docce erano i luoghi della pulizia, poi c’erano le camere della disinfezione. Lo stomaco mi si accartocciò al pensiero che un uomo, un essere umano, avesse potuto pensare certi termini per coprire il più grande crimine che la storia ricordi. Quelle erano le camere a gas da cui gli ebrei uscivano morti. Né puliti, ne purificati.

Metteva i brividi seguire il percorso perché dietro ogni stanza, cella, cortile, dietro le fornaci, si ravvivava la mente contorta, malvagia, despota di Hitler. Il campo di Dachau fa venire la pelle d’oca. E ogni stanza, sembra far parte del lungo vagone di un treno, una prosecuzione di treni che, scaglionati, arrivavano -ogni santo giorno- ammassando vite.

L’accoglienza

Non saprei spiegare che tipo di dolore ho provato ma oggi, mentre scrivo, ho ancora la gola che mi si annoda di quel dolore. Mi mancava il respiro allora, e mi manca anche adesso mentre ne ripercorro i passi.

La Piazza dell’Appello è patagonica. Quel giorno pullulava di visitatori, tanti, ma non la riempivamo tutta. Al tempo delle deportazioni, invece, era un lager stracolmo di uomini, donne e bambini, appesi lì ad aspettare; abbindolati dalla lunga scritta sul tetto dell’edificio centrale, che presto -avrebbero scoperto- essere solo un altro inganno.

Quello, secondo i nazisti, era il luogo di accoglienza, una sala d’aspetto all’aperto, dove si prometteva il lavoro, dove si lasciavano intravvedere speranze, quasi un luogo della rinascita.

Piazza dell'Appello Dachau Pht Emanuela Gizzi Mapping Lucia

Ombre che non se ne vanno

Ingannati, umiliati, privati di affetti e oggetti personali, gli ebrei deportati passavano di lì, per quella piazza, e poi venivano registrati, indirizzati nell’edificio della manutenzione per una doccia, dislocati nelle varie baracche e messi a lavorare.

Il percorso di ogni individuo veniva documentato. Molto di quel materiale, comprese le fotografie, sono servite per raccontare le atrocità. E per quanto gli ambienti siano stati ripuliti, in qualche modo musealizzati, le fotografie esposte hanno una voce potente che non si lascia zittire.  Ma anche le stesse pareti: le macchie di sudore umano, di lacrime, di pelle lasciata morire, sono tracce che non scompariranno mai.

Simboli del campo di Dachau

Il filo spinato intorno al campo, era come la corona di spine di Gesù, il simbolo di una condanna a morte. Il “custode” silenzioso delle povere anime, delle loro privazioni, dei loro confini, e lo strumento di ricatto del dominio nazista. Non poteva essere sovrastato o sradicato. Anzi, ha cancellato vite umane ed ha rappresentato il recinto, l’Olocausto, ordito da una mente malata.

recinti del campo di concentramento di Dachau Pht Emanuela Gizzi Mapping Lucia

Dentro il “recinto” del campo di Dachau oggi si avverte anche la forza di chi ha contrastato la Seconda Guerra Mondiale. Non si sentono più solo la paura e l’orrore ma anche la giustizia. Contro le scritte ingannevoli del Duce, ovunque, oggi, fanno da contrasto la stella a cinque punte e la Menorah, il candelabro a sette braccia. Le targhe, nella Sala del Ricordo, che celebrano la diversità e condannano qualsiasi forma di razzismo, anche l’omofobia.

E poi la lapide in marmo che grida in più lingue Never Again, mai più questi crimini. Infine Il Monumento Commemorativo Internazionale, opera di un deportato, il cui connubio di corpi traviati dal filo spinato racconta anche di mani che si sono supportate le une con le altre.

Domanda che non trova risposta

Io e Barbara abbiamo terminato la visita, la testa che scoppiava.

Quel campo è rimasto fermo lì, immobile nel tempo, ma chiuso ai soprusi e aperto -invece- alla conoscenza. Ci abbiamo impiegato sei ore per visitarlo tutto, per dare un senso a ciò che un senso non ha.

Mi chiedo ancora come sia potuto succedere.

Dopo esserci entrata, aver calpestato la Piazza dell’Appello, aver camminato tra i Ground Zero delle baracche dei deportati, aver guardato dentro i forni crematori, essere passata attraverso le camere di disinfezione, non ho ancora compreso il senso di tanta violenza.

Monumento Commemorativo Internazionale Pht Emanuela Gizzi Mapping Lucia

Mi sento colpevole anche se non ero nata

Resta il silenzio nonostante il formichiere di visitatori. Il silenzio stantivo di un’orrenda strage di innocenti avvenuta in nostra assenza. Io non c’ero, quasi tutti quelli che sono in vita oggi non c’erano, eppure ci portiamo dentro un peso incancellabile.

Lo commemoriamo, dobbiamo commemorarlo perché il ricordo di cosa è accaduto a Dachau ma anche a Auschwitz, e nel resto del mondo, non si perda e non si ripeta.

Tuttavia mi sono sentita colpevole anche se non c’ero. Più colpevole di Hitler, più colpevole dei suoi sottoposti, del nostro Re, Emanuele Filiberto di Savoia, che disertò. Quello che pesa è l’essere stati trascinati, come popolo, dentro una storia così brutale, esserci macchiati le mani.

41.500 Ebrei morirono nel campo di Dachau

Chi decise per tutta la nazione ci ha destinati a rimuginare su un’eredità infausta, a dover chiedere scusa per sempre.

La storia non si può cambiare ma si possono ricordare le vittime, nome per nome, scalfirli ovunque, su un muro, su una pietra d’inciampo, sui monumenti. Anche se non basterà questo per redimerci.

Nel chiudere il cancello ho scattato una foto. “Arbeit macht Frei”. Ero esattamente dove un tempo entravano per non uscirne più.

 

 

 

Emanuela Gizzi Fotografa ideatrice di Mapping Lucia

Sono prima di tutto una viaggiatrice, annuso la vita e ne trattengo le radici. Quindi scrivo per piacere ma anche per lavoro. Scrivo perché senza non saprei starci. E poi fotografo perché la fotocamera è il mio psicologo personale. Cammino sempre con un animale di fianco, un gatto un cane un cinghiale un ippopotamo. Insomma converso. E poi scrivo di nuovo.

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