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I Baci della Meraviglia: Doisneau, Erwitt, Gardin

di Emanuela Gizzi
I Baci della Meraviglia - Pht Emanuela Gizzi Mapping Lucia

I Baci della Meraviglia, prendono spunto dai Sabati, a cui Marco di Bartolomeo ci ha abituati e che raccontano strati sociali incredibili attraverso la fotografia

Un codice di comunicazione

I Baci della Meraviglia sono quelle fotografie che nel corso della storia hanno lasciato il segno. I loro autori, Robert Doisneau, Elliot Erwitt e Gianni Berengo Gardin, sono stati capaci di andarsi a cercare attimi indimenticabili come un bacio. Ma non solo quello.

I sabati della Meraviglia, al secondo incontro, hanno indagato sull’aspetto della Comunicazione.

Il giornalista, Alvaro Vatri, che ha aperto la conversazione sul tema, ha espresso un sentimento saggio, cioè:

Quando comunichiamo ci trasformiamo”

E, questo concetto, è stato in qualche modo ripreso dall’Antropologa, Cristina Cassese, intervenuta per dare una definizione al termine “Comunicazione”. Secondo la Dottoressa Cassese, infatti, non si tratta solo di un modo per dare informazioni ma la pura condivisione di un codice. Che diventa un labirinto di codici se lo rapportiamo alla nostra epoca. E, nel trovarci a parlare in una stessa lingua, ci rendiamo conto che dobbiamo gestire insieme tantissime informazioni.

Mi ha colpito molto l’idea che, secondo recenti studi, si sarebbe arrivati a stabilire che le piante comunicano tra loro attraverso le radici. È un’immagine pura che ci dimostra ancora una volta di quanto siamo connessi e di quanto abbiamo bisogno di esserlo.

Ma quanto siamo in grado di comunicare davvero, evitando lo scontro?

Ce lo siamo domandati più di una volta durante gli interventi di ieri. La Dottoressa Anna Maria Carbone, docente di Comunicazione Non Violenta (CNV), ha trattato questo punto citando Marshall Rosenberg, il quale ha dedicato la sua vita allo studio di una componente che -evidentemente- prende il sopravvento nei dialoghi ma non nella sfera personale.

Questi si chiedeva:

Come è possibile che l’umanità -contemporaneamente- esprima l’incapacità totale di confrontarsi, al punto che ci si uccide, e invece poi si ha una capacità, di donare, estrema. E di farlo con grande gioia!”

L’elemento che livella lo scontro

La dottoressa Carbone, guardando alle immagini dei grandi maestri della fotografia, che si susseguivano tra un intervento e l’altro, ha isolato quella che è la parola chiave che accomuna gli autori, Doisneau, Erwitt e Gardin: l’empatia.

Essere empatici riscuote successo, evita i conflitti, abbassa le difese dell’altro. Ma non c’è un vero e proprio vademecum, però sappiamo che “Risuoniamo con qualcosa che riconosciamo”, nel senso che rispondiamo a un messaggio quando questo ci è vicino. Tanto per tornare ai codici espressi dalla Cassese.

Marco di Bartolomeo ne I sabati della Meraviglia Pht Emanuela Gizzi Mapping Lucia

Come creano empatia Doisneau, Erwitt e Gardin?

Innanzitutto sono uomini prima che personaggi famosi, ognuno con una loro storia personale ma che -assolutamente- hanno saputa utilizzare, a loro vantaggio, tanto da divenire riconoscibili.

Hanno raccontato un periodo storico e alcuni risvolti sociali ai margini, l’amore e anche la guerra conferendo, però, alla notizia un’ironia che non spaventa e non opprime. Il messaggio del disagio passa, ma non in modo accusatorio e, questo approccio, sprona le coscienze a farsi qualche domanda in più. A restare al fianco del fotografo.

Robert Doisneau diceva:

Quello che io cercavo di mostrare era un mondo dove mi sarei sentito bene, dove le persone sarebbero state gentili, dove avrei trovato la tenerezza che speravo di ricevere. Le mie foto erano come una prova che questo mondo può esistere

E, questa priorità -tanto per tornare all’uomo-Doisneu- gli proveniva dalla strada, il suo obiettivo non era vendersi alla pubblicità ma comunicare il suo pensiero attraverso la fotografia. Questo era un uomo che aveva combattuto nella Resistenza, che non si dichiarava artista ma “Pescatore di immagini”.

Un anticonformista, sì, ma in grado di raccontare una Parigi degli amanti, dei bambini, dei clochard, di quella strada di cui si cibava ogni giorno. Un fotografo vicino alle persone che aveva un’idea stravagante: era certo, cioè, che attraverso la divulgazione della bellezza, ogni individuo potesse elevarsi, fare suo un concetto e diffonderlo a sua volta.

Gianni Brengo Gardin, invece, individuò chiaramente quale fosse il suo ruolo:

Il mio lavoro non è assolutamente artistico e non ci tengo a passare per un artista, l’impegno stesso del fotografo non dovrebbe essere artistico ma sociale e civile

In effetti non bisogna guardare solo alle belle immagini che ha prodotto ma anche a ciò che, quelle sue immagini, hanno provocato. Gardin, in un reportage sui manicomi, dal titolo “Morire di Classe”, affronta un’emergenza fino a quel momento oscurata e si immerge in una realtà che nessuno voleva vedere.

Si unisce alla lotta di Franco Basaglia e Carla Cerati per la chiusura dei manicomi per rafforzare il bisogno che ha di scrivere con la luce i fatti reali e, i suoi temi, lo stile con cui li affronta, cambieranno davvero la psichiatria in Italia.

L’aspetto sociale

Marco di Bartolomeo, che ha costruito questi incontri, è anche -come dicevamo nel precedente articolo-  il fondatore dell’Associazione “Riflessi – Pensieri Parole Visioni in Fotografia”.

“Un programma suggestivo già nel nome”,  come ha suggerito Alvaro Vatri, e che quindi non si pone solamente come fornitore di cultura ma si addentra nelle discipline pedagogiche e nella pratica sociale.

La fotografia diventa strumento, anzi, Arte-terapia.

Poesie di Berengo Gardin Pht Emanuela Gizzi Mapping Lucia

Il Gardin artista

In qualche modo il Gardin impegnato nel sociale, sarebbe stato più utile da portare in Sala Grande, perché più vicino alle iniziative dell’associazione stessa ma anche perché più in linea con il suo pensiero di non essere un artista.

Invece Marco ha preferito mostrarci un Berengo Gardin più armonioso, con una cifra stilistica più vicina a un pittore che a un fotogiornalista. Perché in questo lavoro, un calendario di paesaggi -commissionatogli dalla Epson-, emerge invece tanta arte, perfino nel titolo “Poesie” si evince che siamo di fronte a dei capolavori.  Delle composizioni liriche, anzi, orchestrate da un occhio diligente, attento alle geometrie. Qui affronta un bianco/nero che invade lo sguardo e lo allieta: ci porta a spasso su quelle terre iconiche, comunicandoci che la bellezza esiste, basta vederla.

“Si è formato scattando immagini” ha aggiunto Marco “ed è stato capace di apprendere dagli altri ciò che avrebbe voluto dire”. Lo stesso Gardin consigliava, a chiunque volesse fare dei corsi di fotografia, di apprenderla dai libri di grandi autori. Diceva: “Parlate poco delle vostre foto e imparate di più da quelle degli altri”.

E se lo dice uno che ha prodotto più di 250 libri di fotografia, magari un fondo di verità c’è.

E poi arriva Elliot Erwitt

Un altro che di verità si intende è Elliot Erwitt che, come Berengo Gardin, si è formato sui libri dei giornalisti della Magnum, l’agenzia di fotografi più importante al mondo. Anche lui dice:

Si tratta di reagire a quel che si vede senza preconcetti, si possono trovare immagini da fotografare ovunque, basta semplicemente notare le cose, interessarsi a ciò che ci circonda e occuparci dell’umanità

Ma com’è mai che il concetto di Sociale per questi fotografi sembra più importante della fama?

Questi non erano semplici fotografi ma fotogiornalisti, il che li poneva in una condizione tale che, anche di fronte a delle celebrità, il loro pensiero non era quello di fare uno scoop ma di informare l’opinione pubblica. Non era quella di accodarsi alla pubblicità ma dare un senso al destino del mondo.

E, ognuno di loro, ha comunicato -nelle proprie capacità e talento- queste informazioni

Doisneau strappava secondi all’eternità ma lo faceva in modo impellente perché secondo lui:

non si può vedere più di due ore al giorno

Gardin leggeva libri ma si è sempre rapportato come un artigiano rispetto alla fotografia; per ultimo Erwitt, che racconta le bizzarrie della società attraverso i cani, dei soggetti che gli restituiscono umanità, soprattutto se paragonati agli atteggiamenti dei padroni.

I Baci della Meraviglia Pht Emanuela Gizzi Mapping Lucia

Perché ho intitolato questo articolo “I Baci della Meraviglia”

C’è un elemento che unisce questi tre artisti: tutti e tre sono autori di un’immagine in cui il bacio è centrale.

Il Bacio di Doisneau, conosciuto come Le Baiser, non ha nulla di autentico perché -si è scoperto anni dopo- ritraeva una coppia di passaggio a cui il fotografo chiese palesemente di mettersi in posa. Eppure, in questa immagine, c’è una poesia che arriva al cuore e che non si è smorzata nemmeno dopo l’epilogo giudiziario.

Il Bacio di Erwitt è una cartolina, si tratta di due giovani che si scambiano un bacio all’interno di una vettura e, il fotografo, -in questo caso- coglie la loro intimità dallo specchietto laterale. Uno scatto che, Erwitt, non stampa, se non ventidue anni dopo, quando -revisionando l’archivio- ne resta stupito e ammaliato. Erano in posa anche i due giovani innamorati? Forse. Ma è importante se, il messaggio melodico che filtra, ci rende felici?

Il Bacio di Gardin, che è il meno famoso tra quelli dei suoi colleghi, getta -però- una luce interessante sul concetto di comunicazione. Si svolge sotto un portico, alla luce del giorno, ma in un momento della giornata e, in un angolo di mondo, apparentemente privo di altre anime. È un bacio rubato, una liaison clandestina, un addio, un incontro casuale, una magia? Ecco, questo bacio ci lascia fantasticare nel contesto un po’ romantico, ci lascia empatizzare con i due soggetti ritratti, ci rende liberi di esplorare le emozioni vere.

Comunicare è dunque amare? Di certo I Baci della Meraviglia comunicano quella bellezza insita negli individui.


PUOI LEGGERE IL PRECEDENTE ARTICOLO:

I Sabati della Meraviglia: Bresson e Scianna

OPPURE UN ARTICOLO SCRITTO NELLA RUBRICA “DONNE FAMOSE A/R” E CHE PARLA DI UNA FOTOGRAFA STRAORDINARIA

Vivian Maier viaggiò con lo sguardo

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Fotografa

Sono prima di tutto una viaggiatrice, annuso la vita e ne trattengo le radici. Quindi scrivo per piacere ma anche per lavoro. Scrivo perché senza non saprei starci. E poi fotografo perché la fotocamera è il mio psicologo personale. Cammino sempre con un animale di fianco, un gatto un cane un cinghiale un ippopotamo. Insomma converso. E poi scrivo di nuovo.

2 commenti
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2 commenti

Barbara Auguste Schulz 2 Marzo 2020 - 18:24

Scritto con attenzione ed amore che si sente il tuo stupore come potrebbe averlo una bambina.
Grazie per l’articolo e un bacio da meraviglia

Rispondi
Emanuela Gizzi 11 Marzo 2020 - 09:14

Grazie cara Barbara

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