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La Fanciulla di Vulci: tra un Auriga e un Elfo

di Emanuela Gizzi
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La Fanciulla di Vulci
– dai Marmi di Torlonia-

Disegnato presso:
ArteStudio San Sebastiano
esercizio: 2

La Fanciulla di Vulci fa parte della ben nota collezione dei Marmi di Torlonia.
Qualche mese fa l’ho notata scorrendo Facebook e visto che all’ArteStudio San Sebastiano stavamo disegnando statue, questa mi ha colpito e ho deciso di ritrarla.

La frase che ho scelto per questo disegno la dedico alle donne, oggi, 8 marzo 2022. Soprattutto alle donne Ucraine.

Se è una donna che la sua carne sia di marmo, se è una statua che il marmo sia carne”

Uno dei visi di Torlonia

Non sono riuscita a trovare molto su questa fantomatica fanciulla se non che è datata tra la fine della Repubblica e gli inizi del principato Augusteo.
Il viso però ci racconta un po’ di sé: ha i tratti delicati e gentili, quasi raffinati, un’acconciatura incisa sul capo, raccolta in uno chignon -un tempo impreziosito da pietre e inserti d’oro-.
Il ritratto molto probabilmente era un’erma, cioè testa e inizio busto su pilastro.

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In breve la storia de La Fanciulla di Vulci:

La Fanciulla di Vulci venne rinvenuta in uno dei possedimenti dei Torlonia, tra Villa dei Quintili, Villa di Massenzio e l’Appia Antica, una scultura come le altre, donata alla famiglia di banchieri romani quale risarcimento per i debiti contratti.
Fu Alessandro Torlonia ad allestire per la prima volta, nel 1859, un’esposizione presso l’Accademia dei Lincei, ma questa rimase un’esclusiva per i pochi eletti delle famiglie borghesi.

Per vedere La Fanciulla di Vulci (statua originale) clicca qui

Rinascita dal buio

Possiamo dire, quindi, che i Marmi di Torlonia sono stati celati al mondo intero per decenni.
Questi capolavori -che dovevano essere esposti presso il Museo Torlonia– non videro mai la luce, rimanendo invece confinati nei sotterranei del Palazzo della Lungara.
La Fanciulla di Vulci è tra le 92 statue di 620 ad essere tornata sotto le luci della ribalta l’anno scorso, e fino a qualche giorno fa, presso il Palazzo Caffarelli al Campidoglio per una mostra eccezionale.

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Contaminazione: L’Auriga di Delfi

Certamente non ci troviamo di fronte a un’Auriga, tuttavia è il primo pensiero che ho avuto appena l’ho vista. Che avesse un’impronta dell’Auriga di Delfi, una statua piuttosto alta, raffigurante un’atleta su carro, mentre tiene in mano le redini dei cavalli.
È una delle statue più famose al mondo.
Rispetto alla fanciulla è composta, tesa per dare quell’idea di concentrazione e anche di competitività che si respirava durante le gare.
Ha gli occhi grandi e i capelli, perlopiù raccolti da una fascia, sono incisi sul capo, come quelli della fanciulla.

Breve storia dell’Auriga

Qui ci troviamo nella prima età classica, in Grecia, il materiale non è il marmo -come invece per la Fanciulla di Vulci- ma il bronzo, e venne ritrovata tra gli scavi del Santuario di Apollo nel sito archeologico di Delfi.
La statua è sopravvissuta al carro, al Principe, ai cavalli e all’inserviente che facevano parte tutti insieme di una rappresentazione unica.
Le sono rimaste in mano le redini di un mondo scomparso.

Per vedere l’Auriga (statua originale) clicca qui

La Fanciulla di Vulci diventa L’AurigaElfo

Entrambe le statue hanno perso qualcosa.
Io per compensare ma anche per condensare questi due volti, uno così dolce e malinconico, l’altro così serio e impenetrabile, ho deciso di lasciare un’errore che è diventato una nota di colore.
Metaforicamente sono volata sulle renne di Babbo Natale fino a Rovaniemi. Alla ricerca di un Elfo.
Nel disegnare l’orecchio e il naso, che nella Fanciulla di Vulci sono rovinati -mancano cioè del marmo-, non ho rispettato esattamente l’originale ma li ho disegnati più appuntiti.
Non dispiacendomi troppo il risultato ho ribattezzato il mio disegno l’AurigaElfo, una donna di marmo ma anche di bronzo il cui profilo emerge dai boschi e crea bellezza e saggezza insieme.


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GLI OCCHI DI JEANNE HEBUTERNE


 

Sono prima di tutto una viaggiatrice, annuso la vita e ne trattengo le radici. Quindi scrivo per piacere ma anche per lavoro. Scrivo perché senza non saprei starci. E poi fotografo perché la fotocamera è il mio psicologo personale. Cammino sempre con un animale di fianco, un gatto un cane un cinghiale un ippopotamo. Insomma converso. E poi scrivo di nuovo.

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