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L’Asino Stellato

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Daniel e Matilda dovevano sposarsi, erano stati sul punto di dirsi sì, ma alla fine qualcosa nel loro rapporto aveva trasformato gli affetti.

Matilda era partita, lasciandosi dietro sia lui che la sua aria da ragazzo perbene. Daniel sembrava essersene fatto una ragione e, anzi, il dolore gli aveva dato l’input di rimettersi a studiare.
Purtroppo però non avevano mai più affrontato il discorso, quindi quella ferita era rimasta aperta. E nessuno aveva mai saputo, nemmeno dopo mesi, cosa fosse successo di tanto grave da separarli così bruscamente.

Lei era una donna già avviata prima che si conoscessero. Le donne, si sa, hanno un temperamento in più, un passo in più, un pensiero in più. Insomma per fare una donna ci vogliono spesso tre uomini. Uno devoto al lavoro, uno alla famiglia e il terzo, beh, che sappia dare un senso al tempo e alla vita.
Daniel forse aveva mancato in qualcosa ma provenendo da una famiglia “al femminile”, che se l’era spupazzato e gli aveva insegnato a non mentire, non tradire, non menare le mani, i suoi modi erano gentili e gli si perdonava tutto.
Da piccolo -complice involontario questo stuolo di madri, nonne, zie, sorelle che lo accompagnavano e lo riprendevano all’ingresso di scuola- era diventato, tra i coetanei, una celebrità e una fonte inesauribile di risate.
In realtà lui voleva solo crescere, diventare adulto a modo suo. Aveva un po’ la testa per aria, tant’è che i disegni che faceva erano sempre capovolti: la casa a testa in giù col fumo del camino che andava in su; i genitori a testa in giù con i capelli all’insù.

Nel corso dei suoi 40 anni aveva trapiantato nel cuore delle persone che conosceva un pezzetto di sé, mantenendo sempre quel pizzico di follia che lo contraddistingueva da piccolo.
Ma non era mai riuscito, come invece Matilda, a imboccare una strada ferma. Gli piacevano troppe cose. E non sapeva dire di no a nessuno, amava le sfide, i nuovi progetti, entrare in contatto con mille persone, dare sé stesso.
Un percorso avvincente, ogni volta diverso, ma che lo aveva portato inesorabilmente altrove.
E qualche volta avevano discusso del suo “perbenismo”. Matilda affondava il coltello quando pronunciava questa parola. Lui non si sentiva perbenista. Solo buono. Aveva un carattere pacato, che male c’era nell’essere gentili, si chiedeva spesso.

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L’Asino Stellato – da un dipinto di Ersilia Antoniucci

Poi era accaduto un fatto che aveva finito col pesare come un macigno sulla storia: lui era rientrato a casa, un giorno, con un asino al seguito, e questo, proprio poco tempo prima delle nozze. Tant’è che le voci di paese avevano finito con l’addossare la colpa di quella rottura proprio al povero asino. E in effetti, da quando era comparso lui, i loro rapporti erano tristemente peggiorati.
A innescare questa “chiacchiera”, un episodio di loro due che discutono “amabilmente” sull’educazione dell’animale: Matilda lo voleva fuori casa, Daniel si ostinava a farlo entrare in casa.
“È uno di famiglia” le ripeteva.
Ma lei, niente, pretendeva da lui che l’asino li riconoscesse come padroni, e non che facesse quel che voleva. Daniel invece lo trattava, secondo lei, come un figlio. E l’animale, che stupido non era, aveva cominciato perfino a farle piccoli dispetti. Le dava -secondo quanto riportato a un’amica- delle spinte clamorose sulla schiena per poi ragliare come un forsennato, quasi a voler mimare una grassa risata.
Insomma, in poche parole, tutti sapevano che lei e l’asino mal si tolleravano.

Daniel l’aveva chiamato “Bricco” perché era un birbante: nelle sue passeggiate per le vie del paese rubava la frutta dai banchi del negozio di Elsa, e qualche volta arrivava perfino al porticciolo perché Julian gli metteva sotto il naso gli zuccherini.
Se ne andava in giro fiero e a testa alta come se volesse dire “Spostatevi passa Bricco!”.
Così le persone, nel vederlo con quel portamento, gli facevano una carezza, ci scambiavano una parola e lui si lasciava coccolare.
Alla fine, che male poteva aver fatto Bricco a Matilda perché questa fuggisse? No, si dissero tutti, non poteva essere stato lui la causa della loro rottura. Era così simpatico!

Quindi Daniel era rimasto con l’asino, e le fedi nuziali chiuse in un cassetto. L’anello di fidanzamento, invece, gli era stato recapitato qualche giorno dopo. Matilda era già partita, ma lo aveva lasciato nelle mani di sua madre che a sua volte aveva avuto l’ingrato compito di riconsegnarlo al non-più genero.
“Che follia avete commesso” gli aveva detto Laura, la sua non-più suocera “io vorrei sapere perché poi…”
Ma niente, né Matilda né Daniel si erano mai espressi in merito. Di voci ne erano girate tante, figuriamoci se il paese si sarebbe fatto sfuggire l’opportunità di cucire e scucire, ricamare e vivere un po’ dell’ebbrezza altrui.

Poco tempo dopo aver ripreso gli studi alla scuola alberghiera, Daniel era entrato come aiuto cuoco in un piccolo ristorante fuori dalle cartine geografiche. Si chiamava “La Fattoria di Dante” ed era gestito da Dante, appunto, un signore di mezza età che s’era giocato quasi tutto il patrimonio di famiglia alle corse dei cavalli. Gli era rimasta solo quella proprietà e una bella porzione di terra che però non curava molto.
I genitori di Daniel, ma anche le sorelle, zie e nonne avevano manifestato chiaramente il loro dissenso per questa vicinanza con Dante, di cui non si diceva un gran bene.
Ma Daniel non voleva sentirne parlar male.
“Quel posto è bellissimo, dovreste vederlo, veniteci a mangiare. È un posto in cui mi sono ritrovato. E Dante non è così terribile, è solo un po’ spigoloso, ma chi non lo sarebbe con la vita che ha fatto…” e aveva preso a raccontare loro tutte le vicissitudini dell’uomo, dall’incidente che lo aveva paralizzato, all’abbandono della moglie, alla morte del figlio più piccolo.
“È sopravvissuto a tutto. Io lo ammiro, e poi me ne frego di quello che la gente pensa di lui. Mi avete insegnato voi a non dare giudizi, ad avere la mente aperta, che fate, ora vi rimangiate tutto?”.

Per molto tempo i discorsi ai pranzi della domenica, quando tutta la famiglia si riuniva, ruotavano intorno a questo Dante. Un tira e molla che durò troppo. E alla fine Daniel se ne andò, decise di andare a vivere alla Fattoria.
Così un giorno, mettendo da parte il loro pensiero sulla questione, invece di fare il solito pranzo a casa, lo raggiusero, tutti concordi che avrebbero dovuto recuperare il rapporto con lui.
Quando furono lì, però, e si guardarono intorno, qualcosa li paralizzò. Avevano forse sbagliato indirizzo?
Ma Daniel, come se li avesse sentiti arrivare, era comparso sul portico a fugare ogni possibile altro dubbio, e sbracciandosi li aveva salutati indicando loro una specie di parcheggio.
Gli brillavano gli occhi.
Incerti, erano scesi e avevano percorso il vialetto sguarnito. Il portico era mal ridotto e se pure si respirava odore di pulito era talmente vecchio da risultare sporco.
Dentro, la situazione non era diversa. C’erano due stanzoni antiquati, il legno rivestiva le pareti -come nelle baite di montagna-, e una decina di tavoli erano apparecchiati di bianco, i bicchieri da osteria se ne stavano rovesciati, i tovaglioli sistemati a organetto, e un rametto di origano decorava ogni centro tavola. C’erano due grandi finestre che affacciavano su un simil-giardino, ma nulla di che.  Intorno c’era solo il cielo, poche case in lontananza, un fontanile dove si abbeveravano le caprette di Dante e qualche animale dell’aia.
Videro un’ombra che trafficava tra le galline, ma non si voltò. Erano certi si trattasse di Dante ma non lo chiamarono né salutarono. E lui lo stesso, non si palesò.
“Prego, venite”
Daniel era cerimonioso come se li stesse accogliendo in un ristorante di lusso con vista mare. Aveva spostato, una dopo l’altra, le sedie per far accomodare le “sue” donne e aveva lasciato un bacio simbolico sulla guancia della nonna che, a dire il vero, era l’unica a sorridere e a trovarsi a proprio agio.
Non c’erano altri commensali. Magari sarebbero arrivati, ma la sua famiglia restò comunque perplessa ricordando l’entusiasmante racconto che Daniel aveva fatto del posto. Se non avessero capito sin da subito che era tutto reale gli avrebbero detto “Su, dai Daniel, basta scherzi, ora portaci nel vero ristorante!”.
Il cibo però fu strepitoso. Tutti riconobbero le sue abilità in cucina e gli fecero i complimenti fino allo sfinimento. E, anzi, nei giorni seguenti, più volte, lo incoraggiarono a cercare altri ristoranti alla sua altezza. Ma Daniel abbozzava sempre, come suo solito quando si parlava di Dante, piccoli sorrisi-non-sorrisi che non volevano significare né sì né no.
Cosa avesse in testa suo figlio mamma Dora non lo sapeva ma aveva finito col credere che forse Matilda era fuggita per questi suoi atteggiamenti infantili. E le donne della famiglia avevano cominciato a sentirsi responsabili della sua mancata crescita. Non erano state abbastanza severe? Avrebbero dovuto dirgli che il mondo non si disegna capovolto?

Bricco era l’unico, oltre alla nonna, ad essere rimasto al suo fianco, sempre. Per lui, in fondo, la fattoria, egoisticamente, aveva significato un terreno tutto per sé in cui razzolare, cibo buono da rimediare e la fortuna  di potersene stare sereno e a pancia in su.
I giorni, da quando erano andati a vivere lì, si erano trasformati in paradisi.
Purtroppo però dopo un anno di lauta quiete, proprio mentre gongolava nell’ozio, accadde una cosa brutta. Dante ebbe un malore e di lì a poche ore si spense. Un infarto brutale.
Tutta la famiglia si strinse intorno a Daniel che sembrava essere rimasto orfano. Eppure, loro tutti, in quell’uomo non ci avevano trovato nulla di straordinario. Tantomeno nel ristorante, dove supposero, erano stati i pochi, se non unici clienti.
Bricco tremò al pensiero di dover lasciare la fattoria ma una settimana dopo apprese, insieme a tutta la famiglia di Daniel, e a Daniel stesso, che Dante aveva lasciato proprio a lui tutto quello che gli era rimasto, a lui, un povero asino. Comprese le capre e l’aia.
Tutti ne erano rimasti sbalorditi.
“E ora che ci farai, lo venderai? Ma come farai a venderlo se appartiene all’asino?” in coro gli chiedevano la stessa cosa. Il paese era impazzito dietro a questa domanda che a Daniel pareva tanto ridicola quanto assurda.
Per qualche mese Daniel sparì. Non si fece vedere al mercato del pesce dove era solito acquistare qualche prelibatezza da cucinare, né al bar di Gaetano che tutte le mattine gli serviva il cappuccino freddo con una spolverata di cacao. Aveva preferito cambiare giro e fare acquisti nel paese vicino.
Andava però ai pranzi della domenica a casa dei genitori. E tutti lo guardavano con sospetto. Era più magro, era più scorbutico, era più stanco, era più tutto. Anche più trasandato. I suoi tratti così belli ed enigmatici avevano lasciato il posto a un’ombra di sé.
Quando glielo avevano fatto pesare lui aveva risposto che i lavori alla Fattoria lo stavano risucchiando ma che era felice.
Una domenica infatti, si presentò con la barba fatta, i vestiti in ordine e baciò la mano di ogni donna della sua vita.
“Sei di nuovo innamorato?” esordì sua madre euforica al pensiero che avesse finalmente dimenticato Matilda.
Lui fece spallucce. Poi disse: “Venite a pranzo da me la prossima domenica?”

Puntuali e curiosi, si presentarono una settimana dopo alla “Fattoria di Dante”. Imboccarono la strada ma, arrivati di fronte ad un cancello, custodito tra due rigogliosi alberi da frutto, chi stava davanti disse agli altri “Abbiamo sbagliato strada”.
Tornarono tutti indietro. Poi si resero conto che la strada era quella giusta. La ripresero increduli. Suonarono, il cancello si aprì. Parcheggiarono dove avevano parcheggiato quell’unica volta che erano stati a mangiare lì, ma ora c’era un parcheggio vero, con le tettoie e alti alberi a fare ombra. Il viottolo si era trasformato in un bel percorso sensoriale, ai lati fiorivano spezie di ogni tipo che emanavano un profumo velato.
Una volta sotto il portico notarono le nuove rifiniture, annusarono l’odore di vernici fresche, e se non fossero stati tutti insieme e contemporaneamente in quel posto avrebbero pensato di esserselo sognato.
La porta era aperta, entrarono, e con grande sorpresa si trovarono di fronte a un’unica, grandissima sala, inebriata dalla luce del sole che fluiva dai finestroni.
Tovaglie colorate di pastello, e fiori al centro tavola, sortivano un effetto di grande leggerezza, e fuori, quello che ricordavano come un giardino “nientedichè”, era diventato un boschetto, un’aia curata, una piscina, un orto.
Là, proprio nel mezzo di questa bella vista, se ne stava felice e a pancia in su Bricco. L’asino spostò le orecchie appena lì sentì uscire fuori e si voltò verso di loro, il muso simpatico. Sul recinto, delle lettere in legno componevano una scritta: “L’Asino Stellato”.
“Siete qui!”
Tutti si voltarono. Daniel era in un’impeccabile divisa da chef, le braccia aperte ad accoglierli. Si ammucchiarono tutti per abbracciarlo, capire, chiedere, sapere, curiosare.
Come aveva fatto, cosa aveva fatto, come lo aveva fatto.
Daniel disse semplicemente che il merito era di Bricco. Le facce attonite dei suoi familiari si voltarono verso l’animale che tese le orecchie sentendosi al centro dell’attenzione.
D’un tratto una delle sue zie chiese: “Perché -Stellato-?”
“È una storia un po’ lunga ma ve la racconto. Sedetevi intanto”.
Si accomodarono tutti intorno alla tavola che profumava di mughetto. E lui iniziò a raccontare “Stellato, perché circa tre mesi fa è capitato qui un uomo. Si è presentato come un viaggiatore alla ricerca di posti sperduti. Bricco lo ha portato da me. Lo fa spesso, sapete com’è Bricco, no? Va fino al porto, Julian gli dà gli zuccherini e poi se ne torna a casa. Quest’uomo lo ha seguito e una volta qui ha chiesto un menù, voleva mangiare. Giustamente per lui questo era un ristorante. Ma io non ce l’avevo ancora un menù.
Improvvisai allora, gli dissi che se si fidava di me gli avrei cucinato il più buon pranzo di tutta la sua vita. Beh, per farla breve, quel pranzo mi ha valso la stella Michelin. Già, proprio così. Era un critico gastronomico.  Io restai esterrefatto, proprio come voi adesso. Avevo già ristrutturato tutto, quando lui venne quel giorno… tante volte il destino!  Tutto, tranne la targa fuori. Così quando quello mi chiese: “Sei tu Dante?” e gli dissi “No, purtroppo Dante non c’è più”, mi consigliò di cambiargli nome. Fu allora che mi venne l’idea. In fondo Bricco è l’artefice del nostro successo, ho fatto bene a scegliere lui”.
Un silenzio netto piombò tra le sue donne. E anche suo padre, che di solito era più disattento, ammutolì.
“Lui… intendi lui invece di Matilda?” la domanda la pose sua madre ma si capiva che ce l’avevano tutti sulla punta della lingua.
Ogni rumore si mozzò in attesa che lui rispondesse. L’unica vibrazione udibile era quella dei loro cuori.
Un ragazzo emerse dalla cucina proprio in quel momento con entrambe le mani cariche di vassoi. Li sparpagliò sulla tavolata e disse “Buon appetito”, poi rientrò con fare garbato.
Nel vedere i piatti, tutti risero, non si capì bene se per la felicità di quelle composizioni “impressioniste” o se perché alla fine in paese avevano avuto ragione a dare la colpa a Bricco per la fuga di Matilda.
Il ristorante si riempì per l’ora di pranzo.

Daniel aveva lavorato tantissimo, era diventato un altro. Più maturo, più consapevole. E poi ogni pietanza che usciva dalla sua cucina faceva emozionare i clienti. I commensali di tanto in tanto applaudivano, si facevano le foto con i piatti, li postavano sui social.
La nonna di Daniel a un certo punto pianse. La sua ricetta del tiramisù, nelle mani del nipote, era diventata poesia. Lo chiamò vicino a sé, gli scompigliò i capelli e gli disse “Quanta melodia piccolo mio, hai fatto bene a scegliere lui!”.

Daniel non sorrise, anzi gli si velò lo sguardo, ma l’abbracciò con affetto.


Disegno di copertina: dipinto da Ersilia Antoniucci… grazie Erz!

E grazie a Patrizia Spadaro
per la sua solita disponibilità a fare da cavia ai miei scritti
e per la revisione del testo!


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VALLE DEL SORBO

 

 

 

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