Non ho bisogno delle ali

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Nikki è un bambino che ama scrivere sui muri della periferia, ma non oscenità, non disegni astratti. Scrive frasi importanti. Frasi che colpiscono sempre il cuore di chi passa, di chi condivide quello stesso pensiero.
È un bambino che non può permettersi i sogni, né di studiare. Forse riuscirà a finire la terza media. Forse.
I suoi genitori, tra di loro, parlano da molto tempo di quando andrà a “faticare” con suo padre.
“Beh, che c’hai? Il muratore è un lavoro onesto” gli ripeteva sua madre quando era più piccolino. E lui abbassava lo sguardo. Si guardava le mani sporche di colori. A lui piacevano i colori, non la calce. Così, appena più grandicello, aveva trovato dei muri su cui dilatare i suoi pensieri, il suo grido di infelicità.
Suo nonno era stato muratore, poi suo padre, e ora è il suo turno, senza imbracature a proteggerlo e con la dignità rubata.
Una delle tante storie di miseria e diritti negati.
E forse finirà morto ammazzato sull’asfalto, volerà giù da un’impalcatura. Altro che “volare senza cadere indietro”. Era stata la sua prima scritta, ma aveva solo sei anni.
Il suo diritto di bambino non esiste. Lo stesso, il suo futuro. Quello poi è stato scritto prima che nascesse.
Nikki si sfila da questa povertà come meglio può. Ogni tanto scompare ma nessuno lo cerca. Sua madre non era stata la madre che avrebbe voluto. Lei gli dice che non ha più baci per lui, ne ha dati troppi ai suoi fratelli, e quelli l’hanno offesa, derisa, a volte picchiata.
Io non ti farei mai del male mamma, le dice, ma quella fuma, le dita che tremano, i capelli rossi annodati senza un verso. Non è mai andata dal parrucchiere, se li fa tagliare da Consuelo, una vicina di casa che ha l’hobby dell’estetica.
Nikki ruba qualche soldo dove può. Li trova in terra, li sfila da sotto qualche mancia, nei bar, raccapezza l’elemosina davanti all’università.
Gli studenti lo spingono via, poi si fanno intenerire dalla sua chioma buffa e dai suoi occhioni e, allora, prima lo scompigliano, poi gli lasciano qualche moneta nella mano sollevata. Lui ringrazia sempre, è cortese. Anche se nessuno gli ha insegnato ad esserlo.
Suo padre lo rimprovera di quella sua bontà d’animo, gli dice che è uguale al nonno materno, che lui era così, e purtroppo lo avevano preso a calci tutta la vita.
Aveva sentito quella frase centinaia e centinaia di volte, e ogni volta si era sentito mortificato per il nonno. Non per i calci ma per essere ricordato come il debole che li prendeva. Insomma, dalle sue parti, essere buoni era considerato un difetto invece che una qualità.
Come quasi ogni giorno è in giro per il quartiere. Al suo fianco cammina una ragazzina di nome Penelope, una compagnetta di scuola che gli è molto affezionata, e lui a lei.  Nikki vede brillare qualcosa in terra, corre veloce e solleva vittorioso due euro.
Che ci fai con tutti questi soldi che trovi? Penelope ha il viso di un angioletto. Le sue mani sono pure e toccano il luccichio della moneta come se stesse tenendo in mano dell’oro prezioso. Guarda Nikki con curiosità. Ma lui non risponde alla domanda. Si limita ad alzare e abbassare le spalle.
Poi ripone i soldi in tasca e, dopo che si sono salutati, scompare come sempre per tutto il giorno.
Nessuno sa dove vada. Nessuno si interessa di lui, potrebbe sparire e nel quartiere la vita continuerebbe come se non fosse mai esistito. Nikki chi?
C’è un terreno, poco lontano dalla chiesa, e i ragazzini lo usano come campo per tirare due calci a un pallone. Ogni tanto anche Nikki ci va. Gli piace, però preferisce disegnare sui muri.

Paolo è un uomo sui cinquanta, non se li porta granché bene. La barba lunga e incolta, il guardaroba trascurato, un’insofferenza negli occhi che gli cancella via dal viso anche quei pochi sprazzi di solarità rimasti da una vita precedente.
Che ne era stato di quel ragazzo che avrebbe voluto viaggiare per il mondo, sognare, cantare? Non ce l’aveva fatta, tutto qui. Tanti non ce la fanno.
E tra le incertezze si aggiunge anche la sua disaffezione al matrimonio. Eppure aveva avuto tante donne, ma niente, nessuna gli era piaciuta per più di un mese, massimo due. Alla fine quelle avevano deciso per lui e lo avevano scaricato. E lui si era limitato a depennarle dall’agendina, una per una.
Tira fuori il portafogli per pagare il meccanico. Questo gli dice che non gli deve nulla.
Paolo corruga la fronte. Si guarda intorno come se cercasse una Candid-Camera. Non gli era mai successo che qualcuno non volesse dei soldi per un lavoro svolto.
Il meccanico è un signore con i baffi irregolari, il mento appuntito. È bonario, si vede dagli occhi. E si pulisce le mani dal grasso ogni trenta secondi, quasi lavorasse in una pasticceria invece che in un’autocarrozzeria.
Paolo ride pensando che l’uomo scherzi. Ma quello, tal Germano, li rifiuta di nuovo.
Invece di pagarmi potrebbe fare una cosa per me…
Ah ecco. Ci siamo, gli era sembrato strano! Dunque? Di che si tratta, signor Germano?
Faccia un’opera di bene. Mi basterà.
Paolo resta a fissarlo, prima incredulo, poi una luce diversa gli entra nello sguardo. Il meccanico è serio e, anzi, gli dice perfino cosa fare.
C’è un ragazzino, si chiama Nikki. Non deve dargli dei soldi, troppo facile. Deve impegnarsi con lui, e conoscerlo…
Paolo si guarda intorno, pensa di essere ancora a letto e che si tratti di un sogno, o di un incubo. Chi era Nikki, un figlio di cui non aveva mai saputo niente?
Mi hai capito dottore?
Dottore. Ah. Sua madre avrebbe riso sgarbatamente. Non aveva finito nemmeno l’università. E aveva fatto il mantenuto tutta la vita.
Ogni giorno il suo unico lavoro era stato quello di infilarsi in una sala giochi e sedersi davanti alle macchinette per ore.
Perde il suo tempo così, da anni, ma stranamente non i suoi soldi. Quando gli dice proprio male ci rimette dieci euro. Ma li recupera sempre nelle partite successive. Però non vince nemmeno. La giostra lo riporta sempre in pari. Mica come i suoi vicini di seduta. Quelli hanno gli occhi cerchiati, sono sul lastrico da anni. Si sono venduti anche il letto di casa per pagare i debiti.
Il pulsante rosso è una droga. Pigiano, pigiano, pigiano. Perdono, perdono, perdono.
Il meccanico gli dice una cosa strana mentre Paolo se ne sta sospeso nel sogno.
Facciamo che è un gioco. Devi riuscire a salvare qualcuno in grave difficoltà. Ci puoi sempre provare, che ti costa? Poi quando ci sei riuscito, sempre che tu ci riesca, torni qui da me. Che ne dici, pensi di potercela fare, dottore?
Si sente punto sul vivo. E perché ha utilizzato proprio quella parola? Sa che lui gioca? Altrimenti come…
Ci rifletterò, intanto grazie per averla aggiustata.
Si salutano. Quello non aggiunge altro ma Paolo sembra ripensarci.
E se non accettassi? Dovrei pagarla…
Assolutamente no. Sta a te dottore, solo a te. Sennò ti ci vai a fare un viaggetto!
Paolo torna alla sua vita di sempre. Il pulsante rosso, dopo novanta game over, gli diventa estraneo. In testa ha solo quell’uomo con la tuta sporca, il viso simpatico e che si guadagna il lavoro onestamente.
Lo farà con tutti i clienti, o solo con me?  E perché ha scelto me?
I punti interrogativi gli fanno perdere più di duecento euro. Non gli era mai successo.

Nikki non ruba mai volontariamente, li raccoglie in giro. E, un giorno, trova cento euro. Gli sembrano ben altra cosa rispetto alle monetine.
Gli occhi palleggiano di qua e di la e, intorno, nota, non c’è nessuno. Li può considerare suoi?
La mano è velocissima, se li infila in tasca voracemente. È elettrico. Sparisce per l’intera giornata.
Penelope lo incontra solo la sera e gli chiede come mai non è andato agli allenamenti al campo.
Lui ribadisce: non è un vero campo quello. E poi non so giocare.
Ma dove vai tutto il giorno?
Sarà la milionesima volta che glielo chiede. E lui divaga. Divaga sempre. E lei diventa paonazza.
Paolo è in casa, si sta preparando la cena. Il terrazzo della cucina guarda Roma dall’alto e le cupole sono circondate di arancio e di rosa. La sera avvolge come in una magia i sette colli. Non ci sono profumi particolari fuori e nemmeno la sua cena profuma più di tanto. Il cibo è cambiato. È inodore.
Si ricorda improvvisamente di un foglio che il meccanico gli aveva fatto scivolare tra le mani. Lì per lì aveva pensato si trattasse delle info sui check all’auto, poi gli viene un dubbio. Cerca la giacca e riesuma dalla tasca il foglio spiegazzato.
Ci trova un indirizzo e il nome di questo ragazzino. Nikki. L’indirizzo non gli dice niente, forse non lo ha mai sentito. Lo cerca su Google, a occhio e croce è alla periferia di Roma. Poi legge “San Basilio”.
Caspita!.
Le mani gli formicolano come quando preme il pulsante rosso.
Il giorno dopo, invece di andare a le slots, raggiunge il quartiere.
Ci va con l’auto aggiustata ma la mette in un parcheggio a pagamento, anche se ovunque ci sono strisce bianche.
Sono quartieri particolari, quelli. Bisogna andarci con un po’ di attenzione. Da dietro spuntano due ragazzini di forse dodici anni, che impennano sui motorini scassati. Fanno più rumore che altro e si lasciano dietro una scia di fumo puzzolente.
In strada non circola nessuno. C’è però un giardino grande, poco oltre. Ci sono ragazzini che giocano con i cani e ragazzini che spacciano appostati dietro a una siepe.
Paolo li vede scambiarsi bustine, soldi, morte.
Google Maps lo porta in una via e infine davanti al civico 32a. La tua destinazione è sulla destra. Paolo si siede su un muretto. Intorno i palazzi sono alti, identici l’uno all’altro. Torri di cemento con i panni stesi che pendolano giù dalle finestre. E le saracinesche a metà battuta.
Guarda l’ora. Le 11.27.
Mentre è lì, gli pare innaturale sentire odore di sugo, di ammoniaca e di immondizia in un colpo solo. È un misto che non sa ben definire. Un vecchierello passa e gli fa un cenno di saluto. Lui lo ricambia. Poi madri con figli al seguito. Ragazzi sui motorini, di nuovo. Dei gatti.
Una combriccola esce dal civico 32a. Lui fuma, avanti e indietro, poi allunga un po’ la strada, si fa due passi fino a un’aiuola incolta, in fondo al vicolo. Mentre sta bevendo da un nasone ecco un ragazzino con uno zainetto sulle spalle. Fischietta, e mima con i passi il gioco della campana.
Poi Paolo la vede, la campana è disegnata per terra.
Nikkiii…!! Vedi de passa’ da’a sora Gelmina a compra’ e’ mozzarelle, quelle a treccia, capito? La donna si sbraccia dalla finestra, i capelli rosso mogano infilzati in una nocchia alta, il viso arcigno e gli occhi stanchi.
Sì, mà…!
Il ragazzino fila via. Lui gli si mette alle costole. Non sa perché quel carrozziere abbia a cuore questo ragazzino ma vuole saperne di più. Ha detto che è un gioco, no? Deve vincere.
I rumori dei clacson, e delle voci che si chiamano da una strada all’altra, da una finestra all’altra, e i profumi di cucinato che lo azzannano, gli fanno tornare in mente un’estate che era andato a Napoli. Ci trova la stessa mistura di cose, la stessa atmosfera avvincente.
Il ragazzino entra in un campo da gioco. Una specie di campo da calcio. Ci sono due porte, ma la metà area nemmeno è segnata, così i bordi, mangiati dalla terra battuta. L’erba cresce intorno, erba di campo.
Vede il ragazzino intrufolarsi tra gli altri. Sembra non abbiano ruoli, tirano solo calci e lui è piccolino lì in mezzo. Non corre nemmeno con troppa passione. Dopo mezz’ora si sgancia e corre verso una panchina dove c’è una ragazzina un po’ più alta di lui.
Li vede chiacchierare, poi Nikki si alza e cammina veloce dall’altra parte del campo. Lo segue, lo vede raccattare qualcosa per terra e mettersela in tasca, sfilare una moneta dal tavolino di un bar e filare via disinvolto.
Alla fine entra dentro un vicolo e si toglie lo zainetto dalle spalle. Tira fuori una bomboletta e spruzza la vernice rossa su un muro scrostato. Ci mette un’oretta ma sembra un maestro. Lo vede che analizza il suo lavoro finale, poi scatta una foto, rimette le bombolette nello zaino e di nuovo s’incammina verso altre direzioni.
Passando di fianco al murale Paolo ne resta impressionato.
Quanto avrà Nikki? Sei anni, sette? Gli sembra incredibile che abbia scritto una frase così. Forse l’ha solo copiata.
“Per quelli come me non ci sono abbastanza sogni”. Due aironi bianchi volano sopra la scritta.
Gli si mette di nuovo alle calcagna e lo vede entrare in un negozio di alimentari all’angolo della strada. Forse le famose mozzarelle, pensa. E infatti esce con una busta piena d’acqua in cui se ne stanno in ammollo delle belle trecce color latte.

Nikki rientra in casa, poggia le mozzarelle sul tavolo della cucina e fila in camera. È un ambiente piccolo la sua casa, lui dorme con i fratelli più grandi. Che fumano prima di andare a dormire e riempiono le pareti di fuliggine. Il muro non si vede più, non ricorda com’era la carta da parati. I suoi fratelli lo hanno coperto di poster, oltre che di fuliggine.
Per lui non c’è mai stato spazio, era sempre stato tutto loro perché erano nati molto prima di lui.
Sua madre e suo padre, e quindi anche lui e i suoi fratelli, sono i figli di San Basilio. Si dice così dei figli degli occupanti che nell’87 si trasferirono nel quartiere. I suoi fratelli si sentono fieri di questo stato, lo difendono con chiunque ne dica male.
Suo padre rientra in quel momento, passa davanti alla sua stanza e va diretto in bagno a lavarsi. Lascia sempre una scia di polvere bianca sul pavimento, che sua madre, bestemmiando in silenzio, va ripulendo appresso.
Non si amano, o almeno crede. Non li aveva mai visti baciarsi o scambiarsi una carezza. Forse si erano amati però. Avevano messo al mondo tre figli. Forse.
Secondo lui l’amore è altro. Quello tra Giulietta e Romeo, tra Rossella O’Hara e Rhett Butler, tra Rose De Witt e Jack Dawson, tra Isabella Swan ed Edward Cullen.
Apre il libro di storia e si mette a sottolineare qualche pagina, poi ci scrive un riassunto vicino. Lo ripete tre volte. In cucina c’è odore di sugo, come tutti i giorni, anche se sua madre l’aveva preparato la mattina presto.
Sua madre è immischiata in tintinnii di forchette e bicchieri, quando suo padre esce dal bagno. Un po’ di profumo di bagnoschiuma si allunga nel corridoio ma viene battuto in pochi secondi dall’alito acido del sugo.

Paolo scende sotto casa ed entra nella sala giochi. Si mette seduto alla slots e comincia a tirare giù numeri, simboli che non matchano. Si incazza. Quel meccanico doveva avergli fatto una fattura.
Pensa al ragazzino, non ha chiaro in testa che deve fare. Come dovrebbe approcciarlo. Ci dormirà su.
La mattina morde una mela, si guarda allo specchio. Ha la barba incolta e orrenda. Quel ragazzino si sarebbe spaventato di vederlo così. Sembrava più lui il barbone da aiutare.
Si dà una spuntatina, non vuole togliersela, ci si nasconde bene dietro, è comoda, la gente non lo ferma. Lui incute soggezione a tutti, o quasi, senza un motivo preciso. Forse dipende da quel modo che ha di starsene in disparte.
Pensa che potrebbe andare in quel campo da gioco, aspettare il ragazzino lì, fare qualche tiro. Poteva allenare quel gruppetto di “rammolliti”. Nessuno aveva un ruolo, che disastro. Che ragazzini erano?
Lo fa. Si fa trovare al campo. Non è sicuro lui ci sia ma non importa. Adotta una strategia.
Ehi, ma con chi stai giocando, con tua madre?
Ehi, ma che è quel tiro molliccio. Pianta il piede in terra e carica il sinistro.
Ehi, ma dove credi di essere, a una scuola di ballo?
Inizia a inveire frasi ad effetto. I ragazzini bloccano il gioco ogni volta che lui interviene e, a un certo punto, sono talmente in soggezione che sembrano incapaci di proseguire.
Tu, laggiù, si proprio tu! Vai avanti, devi fare l’attaccante. E tu, laggiù, avanza, mediano. Tu difesa e anche tu difesa.
L’unico che non scomoda è il portiere che sta a braccia conserte e mastica una gomma a bocca aperta e si gusta i suoi interventi come se fosse un matto sceso tra loro.
Alla fine è in mezzo al campo e li dirige.
Gridate i vostri nomi quando prendete la palla così li memorizzo.
Walterino, Maicol, Alessio, Piero, Samuel, Carletto…. E così via.
È sul campo da un paio d’ore quando lo vede arrivare. Nikki capisce subito che c’è una novità. Fa capolino da dietro un albero.
Perché ci fissi… non vieni a giocare? Gli fa cenno con la mano.
Nikki allora si avvicina. È piuttosto buffo di fianco ai suoi compagni. È mingherlino e più basso di come lo ricordava dal pedinamento.
Nikki non fa domande, lo sta a sentire mentre gli dice che deve stare ai lati.
Sei veloce?
Si, Mister.
Paolo sorride. Lo chiama già “Mister”.
Bene, perché mi serve uno veloce che porti la palla avanti.
Insomma, passano quattro giornate allo stesso modo. Paolo parcheggia in un’area a pagamento, Nikki arriva alla stessa ora, 16.30, e tra schemi, grida di ammonimento, fischi, e sputi in terra, trascorrono il tempo e si studiano.
Lei abita qui? Gli chiede finalmente il ragazzino.
No. A Roma.
Questa è Roma. Il ragazzino lo fissa accigliato.
Sì, scusa. Intendevo al centro di Roma.
E che ci fa allora a San Basilio, perché ci allena?
Così, non ho niente da fare!
È un pensionato?
Ah, ma senti questo. Insomma sarei un vecchio!
Nikki diventa rosso e non risponde, si sfila le scarpe le scrolla una contro l’altra e poi se le rinfila.
Ma non ha una moglie?
No. E tu hai una fidanzata?
Perché non ha una moglie?
Ci riflette. Non mi sono mai innamorato, dice. Poi subito si incupisce pensando a uno spettro molto lontano, ma lo scaccia in pochi secondi.
Si incamminano verso casa di Nikki. Lui saltella avanti, ogni tanto manda un occhio indietro per vedere se lui lo stia seguendo.
Bello questo murale, dice ad alta voce. Sa che l’ha fatto lui, è la stessa mano dell’altro, quello che gli aveva visto fare qualche giorno prima.
Anche li campeggia una frase adulta, con un pensiero ben delineato.
“Volerò senza mai cadere indietro”. Di fianco delle croci che diventano punti interrogativi.
Lei dice, Mister? Mah, niente di che. Poi si sofferma sulle croci come se le vedesse per la prima volta.
Che fai quando non giochi a calcio?
Scrolla le spalle.
Nikki gira nella strada dove abita. Paolo gli va dietro.
Che fa, mi segue, Mister? Lo guarda interdetto e preoccupato.
Ti accompagno.
In che senso Mister?
Paolo si commuove nel sentirsi chiamare Mister. Gli sembra di essere importante. Di avere la considerazione di qualcuno.
Nel senso che mi assicuravo arrivassi a casa. Tutto bene a casa, sì? Sei felice? Ti picchiano? Che ne so, delle cose così. Si stropiccia i capelli e poi la barba.
Il ragazzino non sa che dire.
Ora devo andare.
Vai a studiare?
Per poco ancora, poi dovrò andare a lavorare.
Non sei piccolo per andare a lavorare?
Detto da lui che non aveva mai lavorato in vita sua!
Poi gli chiede: e che lavoro andrai a fare?
Il manovale, con mio padre. Diventerò muratore. Credo.
E tu lo vuoi fare?
No.
E non glielo hai detto?
No. Senti adesso vado. È tardi. Domani non penso di venire.
E perché? Così mi manca l’ala sinistra.
A me non piace il calcio, ci vengo così, qualche volta.
Peccato perché giochi bene e la squadra ha bisogno anche di te.
Nikki scuote le spalle e fa un sorriso. Forse la parola “squadra” lo ha fatto divertire, come se non avesse mai considerato l’ipotesi che potessero esserlo davvero.
I capelli a caschetto e gli occhi affilati lo rendono molto carino e simpatico.
Ciao allora. Ehi, aspetta, questo è il mio numero, se ti servisse.
Prende un foglietto che si trova in tasca, è spiegazzato e c’è un appunto, lo cancella e ci scrive il suo numero di telefono. Nikki lo prende, lo guarda davanti e dietro, poi se lo infila in tasca insieme alle monete che aveva raccolto in giro.

Nikki sale le scale due a due. Si precipita in camera a studiare. Sua madre è in soggiorno, sta guardando la televisione. Fuma. L’aria in casa è pregna di tristezza. Lei è triste. Non ride mai.
Scrive il compito di italiano. L’ultima volta aveva preso Ottimo! Stavolta è più complicato, deve parlare della sua famiglia. Allora inventa che suo padre fa l’allenatore di calcio e che vive da un’altra parte. I suoi sono separati e sua madre è sempre in giro, non la vede quasi mai. È una donna alla moda, lo sottolinea.
Riempie due pagine di foglio grande, poi come preso da un raptus lo strappa. La maestra conosce le storie di tutti, farebbe ridere la classe. Chi voleva prendere in giro?
Riscrive daccapo la storia vera. Mezza paginetta che non ha né peso né anima.
Suo padre rientra. Non sente mai i genitori farsi un saluto, nemmeno per errore. Nemmeno un semplice ciao. Ci sono i gesti e i rumori soliti però: l’acqua del bagno che scorre e sua madre che bestemmia per il corridoio. La scopa in mano, gli occhi stanchi. Il tintinnio delle posate e dei bicchieri.
A volte è difficile studiare in un posto così. Ma per sua fortuna ogni tanto ha gli zii che lo portano in montagna, al lago, e gli raccontano storie diverse, e da loro ha una cameretta tutta per sé. Soprattutto la zia sa tante cose e lui da grande vorrebbe somigliare a lei. Non è raffinata però è acculturata.  Suo zio invece gli compra sempre quello che vuole. Non avevano potuto avere figli, e non avevano nemmeno tanti nipoti. Ma tra i pochi, lui era il figlio che avrebbero voluto avere.
Cena Nikki!
Sua madre era sempre perentoria. Non diceva mai, amore, è pronta la cena, vieni? Oppure, Nikki tesoro, puoi passare a prendere il pane dalla signora Gelmina?
Aveva sempre un’espressione difficile da decifrare.
I fratelli rientrano in tempo per mangiare. Suppone che lo facciano di proposito per non fare nulla. Solo mangiare e poi collassare in camera esausti.
Sulla tavola le solite cose. Il pollo, l’insalata, un po’ di sottaceti. Tanto pane. Si conversa di argomenti che riguardano il quartiere. La mamma dice che gli zii saranno loro ospiti a cena, la domenica dopo. E poi il padre racconta di un’impalcatura rotta che per poco non li faceva precipitare di sotto.
Da grande vorrei fare un altro lavoro, dice improvvisamente, bloccando il masticare di tutti.
I suoi fratelli scoppiano a ridere.
E dicci, che vorresti fare?
L’insegnante.
La parola prende le sembianze di un airone, le ali grandissime, a cui tutti si appendono per qualche secondo, immaginandosi altrove. Poi però tutti ridono divertiti.
Perché, pensate che non ne sarei capace?
Sua madre gli toglie il piatto da sotto il viso, toglie anche gli altri, e apre l’acqua del rubinetto per lavarli. Mette quel rumore tra sé e lui, tra sé e loro.
Suo padre tossisce, poi si alza e se ne va.
Il professore… Dice andando verso la camera, il tono una sviolinata senza accordi.

Paolo avrebbe voglia di tornare dal meccanico, chiedergli qualcosa di più sulla famiglia di Nikki, capire meglio la situazione.
Chi è quel ragazzino, di cosa ha bisogno? Non gli sembra vivano nella miseria. Non sono ricchi, va bene, sicuramente a Nikki sono mancati i giocattoli, forse anche il cibo a tavola. Ma questo non può saperlo. Hanno una casa e lui gioca come tutti i ragazzini del mondo. E studia anche.
Apre la doccia e ci si mette sotto per almeno mezz’ora. Poi si apparecchia una cena con le mozzarelle della signora Gelmina.
Aveva fatto un salto all’alimentari di San Basilio, prima di tornare a casa.
Quel quartiere è strafottente ma la gente è solare, affabile, colorita. La signora Gelmina gli aveva regalato i limoni e l’erbetta del suo orto.
Mettili sulle trecce de’ mozzarella, sai che bontà Mister!
Ormai era già per tutti Il Mister.
In giro si è sparsa la voce della sua presenza. Spera di non dare noia a qualcuno, non è un quartiere con cui mettersi a scherzare.
La signora Gelmina, un giorno sì e l’altro pure, parla di criminali usciti di galera, di ragazzi di malaffare, di ladri, codardi, picchiatori.
Poi però lui ha conosciuto anche tante belle persone al campo. Gente povera ma perbene che preferisce vedere i figli dietro a un pallone che al Parco della Balena a spacciare.
Strizza il limone sulle mozzarelle e gli sale un rumore agro, di pianta, nelle narici. Un rumore forte. Quei rumori che ti svegliano dal sonno.
Caspita, questo sì che è un limone.
Mangia vorace le mozzarelle. Si sente un re. Mette un po’ di musica.
Non accende il lettore da anni. Lo fa senza pretese, solo per sentire se le cose sono cambiate. Abbastanza, non comprende quel tipo di musica. Lo spegne e si mette a cercare qualcosa su Google.
Digita -calcio per dilettanti- e poi -gare calcio dilettanti-. Si vede già con i suoi ragazzini a disputare un torneo.
Li vorrebbe già degli assi. Lo aveva visto nei film. Arriva un fenomeno di Mister che allena una squadruccia di dilettanti e quelli “spaccano il culo a tutti”.
Trova -Poker online-. Lascia stare il calcio e gioca inebetito per ore. Sente solo le mani fremergli, stare bene, avere ritrovato l’abitudine di sempre. Vince e perde, come ai vecchi tempi.
La mattina trova la bottiglia di vodka vuota, si stropiccia la testa, gli occhi, non riesce ad alzarsi. Sta almeno dieci minuti seduto.
Raggiunge San Basilio nel pomeriggio. Ormai va lì tutti i santi giorni.
Tu devi esse er Mister’e.
Una voce alle spalle lo fa trasalire. L’uomo è grosso. Paolo si gratta la testa poi fa finta di armeggiare con le tasche, non trova la chiave.
So’ er padre de Nikki.
Ah, salve, piacere. Allunga una mano, e questo gliela stritola.
È tutto tatuato e i panni sono infarinati. Dalla cima di un palazzo in costruzione un ragazzo lo chiama.
Paaaa, daje, sbrighete!
L’artro mi’ fio. Loro lavoreno co’ me. Lo dice come se fossero una sua proprietà. Pure Nikki lavorerà co’ me. Di nuovo proprietà.
Appurato che gli ha appena detto di stare lontano da suo figlio in maniera indiretta, lo saluta garbato e si allontana. Ma non senza voltarsi indietro ripetutamente, nel caso quello lo inseguisse per picchiarlo.
Gli era parso aggressivo, poco piacevole. Sgarbato.
Quando vede Nikki camminare per i vicoli che vanno verso il campo l’istinto è quello di chiamarlo poi si frena, lo pedina, come era successo la prima volta.
E lo vede intascarsi una moneta che sta poggiata su un tavolino di un bar. Era un vizio il suo, o cosa?
Vorrebbe fargli la ramanzina ma lo lascia andare. Vuole capire dove va.
Però, a un certo punto, gli svanisce da davanti agli occhi. Fa capolino in tutte le strade ma niente, si era completamente smaterializzao.
Che si fosse accorto della sua presenza e si fosse impaurito? D’altronde, pedinarlo equivaleva a stalkerarlo.
Al campo trova tutti i ragazzi e la bimbetta di nome Penelope. Lei gli fa ciao ciao con la manina delicata.
Lui comincia a dirigere i piedi dei suoi “campioncini”, li orchestra, li vede danzare. In poco più di due mesi avevano fatto tantissimi progressi. Sapevano passarsi la palla su uno schema, dribblare bene, fare gioco di squadra.
Durante la pausa si gira verso la ragazzina. La vede affacciarsi di qua e di là.
Mi sa che oggi non viene. Le dice con affetto.
Lo fa.
Cosa fa?
Non venire. Manca giorni interi.
Ah, finora è venuto quasi sempre. E dove va?
Non saprei, non lo dice a nessuno.
Si irrigidisce. Lo immagina al parco con le bustine bianche in mano, irretito da qualche ragazzo più grande.
Scusa ma quanto spesso lo fa?
Mh, non saprei. Ma prima di più.
Prima di che?
Prima che arrivassi tu, Mister.
Ah.

Nikki scalza qualche sassolino che incontra sul marciapiede. Non trova monete da giorni. Solo qualche spiccio. La gente lì è troppo povera per perdersi i soldi.
Dovrebbe cambiare quartiere, andare in quelli dei ricchi.
Quando vede sopraggiungere il Mister pensa che potrebbe andare nel suo quartiere. Lui gli sembra un poveraccio ma magari dove abita invece vivono quelli con tanti soldi.
Fa una cosa stupidissima nel vederlo, si gira e infila l’unica moneta che aveva trovata quel giorno in una slot del Bar dei Pirati. Il posto si chiama così perché a gestirlo sono due fratelli che avevano rubato a mezza Roma.
Non si aspettava però una reazione tanto esagerata del Mister.
Lascia perdere questa roba. Lo afferra per un braccio e lo trascina via.
Ehi, ho messo la moneta. È mia.
Il Mister allora si sfila di tasca un euro e glielo dà.
Nel cambio ci ha guadagnato, però il Mister lo ha trattato da schifo.
Ma che ti sei messo in testa, di andarti a inguaiare? Quella roba è merda.
Sì, sì, lo so. Volevo solo incrementare il mio guadagno e tentare la fortuna.
Non esiste la fortuna, esiste la dipendenza. Chi ti insegna queste parole? Incrementare… qualche tuo compagno più grande?
Gli occhi infiammati e pieni di vena melodrammatica del Mister lo spaventano. Poi però quello cambia repentino, appena si avvicinano al campo.
Ieri non c’eri. Dove vai quando non vieni qui?
Lei è strano Mister.
Paolo lo guarda con interesse.
Mio padre non mi chiede mai dove vado. Lei sì, non si fida?
Se ti becco a quelle macchinette un’altra volta ti faccio ingoiare la moneta. Si volta e fischia per far adunare i ragazzini.
Nikki resta fermo come uno stoccafisso. Inghiottire la moneta? Glu, deglutisce, poi saltella, richiamato dai compagni.

Nikki non si presenta tutta la settimana successiva e Paolo desume sia stato il suo accesso d’ira a metterlo in fuga. Fargli inghiottire cinquanta centesimi! Poteva trovare un modo meno violento per dargli un bel messaggio forte.
Penelope lo tira per la giacca. Poi lo fissa senza dire niente.
Ehi, ragazzina, sai perché il tuo amico non viene da una settimana?
Veramente no.
Ma qui non siete tutti amici? Nessuno sa che fine abbia fatto?
Nikki è pieno di segreti. Tu Mister, sai se vede altre ragazzine?
Ah. Ecco. No, penso proprio di no. Mi sembra molto innamorato di te.
Ora l’aveva sparata grossa, ma le guance accese di Penelope gli fanno ricordare quei primi amori, la tenerezza, le fiamme.
Durante la partita la guarda spesso: sa che l’unico motivo che la tiene seduta lì è Nikki. Quando lui non c’è lei è distratta e affranta.
A fine allenamento si presenta sotto il civico 32a. Suona il citofono. Sono Paolo.
Chi?
Il Mister, signora. C’è Nikki?
Un rumore di un click lo fa sobbalzare e la porta scatta in avanti flemmatica.
Sale le scale, non sapendo bene a che piano sia. Trova la porta aperta al quinto.
Ha il fiatone.
Beh? Che cerca da mi’ fijio?
Il padre di Nikki si para davanti come un mastino.
No, nulla. È che manca da una settimana…
E, perché, per caso j’ha firmato un contratto? Ride. I figli ridono con lui. Nikki fa capolino dalla sua stanza, in fondo al corridoio.
Ciao Mister. Esce fuori, tutti lo guardano con disapprovazione.
Ehi, ciao. Si fa largo tra loro … ero solo preoccupato, o non avrei disturbato.
Ho avuto la febbre.
È in pigiama, ha gli occhi solcati di viola.
Na’ brutta febbre dotto’. Dice la mamma di Nikki. Ha i capelli sciolti, è una bella donna, constata.
Bene, allora sono contento non sia successo nulla di grave.
E che doveva succede Mister’e?
Ma no, nulla, sa però, i bambini sono delle pesti.
Forse i sua. I mii fiji so’ bravi ragazzi, nun vanno a combina’ danni in giro. Li gonfio de’ botte. Ce lo sanno, sa, che so stato en galera. Me parte er matto se non se comporteno bene.
Certo.
Fa qualche passo indietro, saluta mesto e scompare nella tromba delle scale.
Ma che vo’‘sto stronzo da te, Nikki’?
Le parole dell’uomo gli arrivano chiare, passano nello spiffero della porta mentre questa si sta richiudendo. Poi si smorzano.
Non sente altro. Vorrebbe tornare su ma pensa che peggiorerebbe la situazione. Però resta lì, con l’orecchio teso, nel caso Nikki avesse bisogno di lui.
Avverte qualche parola alta, parolacce, due colpi di sedia o di altro. Poi nulla.
Il giorno dopo Nikki manca ancora. Così quello appresso.  Rientra dopo tre giorni che era stato a fargli visita. Eccolo arrivare di gran lena. Solleva in alto la mano e saluta tutti. Il mingherlino sembra un po’ provato ma pronto a giocare.
Fa solo una mezz’ora poi gli dice che deve scappare.
E dove vai?
Ho da fare.
Tipo che?
Lavoro.
Lavori?
Il ragazzino annuisce. Penelope non c’è, ma arrossisce lo stesso.
Bene, vengo con te. Fammi vedere questo lavoro.
Non vale Mister.
Ah no?
Lei ce li ha dei segreti?
Paolo pensa se il fatto di giocare alle slots valga come segreto. Nel dubbio non risponde.
Ecco, vede, anche lei ha i suoi segreti!
Ma senti questo moccioso. Segreti!
Paolo fischia e scioglie il gruppo. I ragazzini in pochi minuti si sparpagliano per il quartiere. Chissà che vita ha ognuno di loro.
Facciamo così: io sono bravo a mantenere i segreti, gli dice.
Nikki ci pensa. Fa di no con la testa. Poi però pare illuminato da un pensiero.
E va bene, Mister. Ma solo se mi porta nel quartiere dove vive lei.
Ce l’aveva da parte da tanti giorni questa domanda.
Paolo sembra smarrito. Il mio quartiere? Non saprei. Tuo padre non credo approverebbe.
Non glielo diciamo. Si fa supplichevole.
Perché ci tieni?
Per incrementare il mio business.
Cheee?
Ma no, scherzo. Per vedere dove sta. Lei sa tutto di me, io non so nulla di lei. Un segreto io e uno lei.
Ma guarda come se l’era infarinata bene!
Ci penso. Però intanto andiamo a questo misterioso lavoro.
No. Ce la porto solo a quella condizione.
Alla fine Paolo capitola.
E in un quarto d’ora, camminando di buon passo, si ritrovano di fronte a un terreno aperto.
Ecco. Nikki entra, prende una cesta e si mette a tirar su patate. Le pulisce col palmo della mano e ci soffia sopra. Gliene mostra qualcuna.
E fai questo quando sparisci?
… E altro…
Altro?
Forza Mister, visto che è qui mi aiuti, no? Solleva una cesta e gliela lancia. Si trovano insieme a tirare su patate.
Dopo un’oretta arriva un uomo. Squadra di sottecchi Paolo.
È un mio amico Sandro, è il Mister, ti ricordi? Te ne avevo parlato.
E devo paga’ pure lui?
Ma no, si figuri, io…
Scherzavo frate’. Pensi che c’ho li sordi pe’ sfama’ er monno?
Mette cinque euro nelle mani di Nikki e si gira per andarsene.
Scusi? Ma, cinque euro per un’ora di lavoro?
Nikki lo trattiene, gli dice che quelli sono i patti. Che è tutto a posto.
Quello fa finta di niente e se ne va.
Ti fai truffare… e io che pensavo fossi intelligente.
Io sono intelligente.
Allora dimostralo. Te ne deve almeno altri cinque. Sennò vattene e lascialo a raccogliersele da solo le patate.
Si vede che non ha mai lavorato.
Che dici? Certo che ho lavorato!
Mha!
Comunque, non ho capito, è tuo padre a mandarti qui? I soldi li dai a lui?
No. Non lo sa che vengo qui.
Sicuro? Non è che ti sfrutta?
Mister, ho sette anni, mica sono un bambino!
Paolo soffoca un sorriso nella peluria incolta.
Dovrebbe tagliarsi la barba, forse è per quella che non si è mai sposato.
Ah! Ma senti…
Si incamminano verso casa di Nikki. Quando sono lì sotto Nikki si gira per salutarlo.
Mister, le promesse sono debito. Si ricordi che devo venire da lei.
Paolo guarda in alto nel caso la madre di Nikki fosse in cima ad origliare.
Vediamo, vediamo… Comunque non strillare.
Il ragazzino si mette le mani nelle tasche e scompare nel palazzo.
Nikki corre a rotta di collo da un vicolo all’altro. Nella fuga si porta dietro tutto l’odore buono dei panni che sventolano sopra di lui.
Entra in un negozio “Musica&Libri”. Ci sta qualche minuto poi ripercorre forsennato la strada che aveva fatta per arrivarci.
Paolo lo vede uscire di corsa dal negozio e attraversare sulle strisce pedonali, nemmeno ci fosse il demonio a inseguirlo.
Ma al campo di calcio non si fa vedere.
Così, prima di andarsene, fa un giro con la macchina fino al campo di patate, ma non lo trova. Poi, per scrupolo, passa vicino al giardino pubblico: ci sono mamme e bambini, i soliti ragazzotti che spacciano indisturbati, qualche vecchietto seduto sulle panchine. Niente.

Dove sei finito ieri?
Avevo da fare.
Ti ho visto che correvi come un fulmine.
Quando?
Ieri.
Il ragazzino alza lo sguardo come se lo avesse colto in flagranza di reato.
Perché vai in un negozio tanto lontano avendo quello di Pinuccio sotto casa tua?
Alza le spalle.
Mhhh, di nuovo segreti!
Ancora non mi ha portato a casa sua, non le posso svelare tutti gli altri.
Hai ragione. Acuto.
E allora mi porta?
Resta con le mani giunte in attesa di un sì. Paolo acconsente e lui salta in aria felice.
Le bombolette nello zaino gli spuntano fuori e rotolano in terra. Così un paio di libri, scivolano di lato.
Ahhh… quindi sei uno degli imbrattatori seriali!
Raccoglie disinvolto i libri, cerca di leggere i titoli ma Nikki glieli strappa di mano, poi recupera il barattolo di vernice.
Non siamo imbrattatori, ma writer.
Va bene, va bene ma mica te li sciupo! Che libri sono? Le citazioni le copi dai libri?
Io non copio, gli dice offeso. E se li rimette nello zaino senza dargli modo di vederli.
Ah. E dove hai imparato a disegnare?
Nikki alza le braccia disinvolto. E dove vuole che abbia imparato. Ha visto dove siamo? Qui ci sfoghiamo sui muri.
Giusto. Beh, fammi vedere qualcosa di tuo, allora.
Lei mi porti a casa sua!
Il giorno dopo salta gli allenamenti e lo porta con sé. Ai ragazzini aveva detto di avere un impegno, ma che avrebbero dovuto fare gli esercizi, qualche tiro in porta. Qualche passaggio per rafforzare il loro affiatamento.
In macchina Nikki non parla, guarda fuori con attenzione la vita che scorre e il paesaggio che cambia. I palazzi, sotto cui si fermano e parcheggiano, sono molto diversi da quelli di San Basilio. Sono curati. E i negozi sono puliti.
Una donna esce dal portone dove stanno entrando. Sembra colpita da Paolo.
Ciao Paolo, che sorpresa, è un po’ che non ti vedo. Sei… sei… stai bene… Fatti sentire, d’accordo?
Le labbra rosso bocciolo gli lasciano un bacio sulla guancia.
È la tua fidanzata?
Sono vecchio per avere una fidanzata.
Però ti guardava come se fosse innamorata di te.
Mh, lascia stare, non sono cose che puoi capire. Quando crescerai capirai, anzi, non capirai proprio le donne. E allora ne riparleremo.
Prendono l’ascensore. Il ragazzino si mette in punta di piedi a guardare i piani che si perdono sotto.
L’appartamento è molto grande. Nikki vi si aggira con curiosità. Nota che non ha le cose elementari come una televisione e i quadri alle pareti. Gli fa notare tutto. Ha però una terrazza stupenda che si affaccia a pochi chilometri dal Cupolone. Di quella gioisce.
Ecco, tutto qui. Questa è casa mia. E adesso che si fa?
Non so.
Possiamo scendere a mangiare. Non hai fame?
Sì.
Sei sicuro che tua madre non ti cercherà?
Sicuro. Non mi notano.
In che senso?
Sono tutti presi da altro. O molto disattenti come dice la signora Adelina.
Ah, dice così? E chi è la signora Adelina?
Una signora carina. E i tuoi genitori come sono?
Ah. Sono stati pessimi genitori e poi hanno deciso di morire presto.
Nikki lo guarda compassionevole, si va a mettere seduto vicino a lui e gli poggia una manina sulla spalla grossa.
Sono certo che non l’hanno fatto apposta. Gli dice. Non c’è una scuola per fare i genitori.
Paolo lo guarda colpito. Poi si alza, quasi commosso dalle attenzioni del ragazzino.
Dai, va, andiamoci a sparare un bell’hamburgerone!
Siiii, viva!
Nel ristorante c’è pochissima gente, qualche impiegato che mangia lì abitualmente. Lo si capisce dalle battute colloquiali tra loro e il cameriere.
Che vuoi mangiare? Il menù è una lunga lista di qualcosa. Il ragazzino lo scorre fino in fondo buttando sempre un occhio ai prezzi.
Non preoccuparti del conto, pago io. Tu prendi quello che vuoi mangiare davvero, non quello che costa meno.
Nikki allarga gli occhi e forse vorrebbe prendere tutto.
Con un’espressione felice gli dice: È come nella lampada di Aladino. Lei Mister è Aladino. Ride divertito. Poi aggiunge: però ha la barba invece del pizzetto. Perché non si rade?
Mi rado. Mi rado. Però mi piace così.
Io voglio questo e questo. E anche questo… e questo. Ride poi si scusa.
Sa, mia madre non cucina tanto, non le piace credo, o meglio cucina sempre le stesse cose che però sono buone. Mia zia invece cucina benissimo, mi fa sempre tanti piatti deliziosissimi. A lei chi cucina, Mister?
Nessuno, faccio da me, me la cavo.
Ordinano e mangiano voraci, chiacchierando e divertendosi. I condimenti schizzano ovunque e Nikki ride. Paolo segue quel ritmo allegro, la memoria gli va indietro nel tempo, a quando rideva nello stesso modo anche lui.
Nikki si butta all’indietro sullo schienale, sazio di cibo. Le mani unte, la bocca unta.
L’ultima volta che sono andato al ristorante era il compleanno di mia zia, lo mette al corrente.
Loro sono i nostri parenti ricchi. Ogni tanto mia zia e mio zio mi vengono a prendere e mi portano a fare un giro.
E dove ti portano? Non è che ti fanno del male?
Perché si è fissato che qualcuno mi fa del male?
Non mi sono fissato.
Sono brave persone i miei zii, mi vogliono molto bene.
Dopo aver pranzato fanno un giro per negozi. Vorrebbe comprargli qualcosa ma immagina non sia una buona idea.
Dovremmo tornare, gli dice a malincuore.
Poi si mette a pensare. Perché non aveva fatto un figlio?
Ah, sì, non lo aveva mai voluto. Così aveva ripetuto a tutte quelle donne nel suo letto. Non sono un padre, non mettermi nei casini, non lo riconoscerò. Una volta una ci aveva provato a fregarlo, ma lui era stato più furbo. Già, più furbo.
Mentre stanno andando a riprendere la macchina un tipo gli si avvicina. Lo riconosce solo quando si toglie il cappuccio della felpa. Se ne discosta, finge di non riconoscerlo e si infila in macchina. Ma quello è insistente.
Biascica qualcosa. Allora si caccia di tasca dei soldi e glieli mette in mano, sperando se ne vada. Quello gli bacia quasi le mani, lo ringrazia. Poi, con un’aria da persona scappata di casa dice: allora Pa’ t’aspetto dopo alla bisca, eh? T’aspetto, eh?Ciao. Ciao regazzi’! Saluta Nikki che siede sul sedile posteriore.
Paolo è livido in viso. Guarda dallo specchietto,  sente il peso degli occhi di Nikki su di lui.
Il ragazzino non dice nulla per un po’. Poi come se quel pensiero gli divampasse in gola gli chiede: La bisca sarebbe la sala giochi? Tu frequenti la sala giochi?
Ma no! Che vai a pensare. Ci passo ogni tanto per vedere se qualcuno si impicca per i debiti. Io li aiuto come posso. Come quel tipo, hai visto? E’ una malattia seria quella del gioco. Non se ne esce.
In realtà non è completamente una bugia. Era cominciata proprio così ma quel soccorso agli altri non lo aveva reso una persona migliore, anzi,  aveva finito con lo stare peggio degli sfortunati.
Nikki non protesta ma si vede chiaramente dallo sguardo, che ha modificato il suo giudizio su di lui.
Suona il clacson, dice qualcosa su un auto davanti, prova a cambiare discorso. Poi Prova a recuperare.
Vedrai Nikki che squadra faremo. Sono sicuro che vinceremo la coppa dei rioni.
A me non interessa niente.
Ah, no? Giochi anche tu, però. È una cosa bella fare squadra, avere qualcuno su cui contare.
Qualcuno come lei?…
Non sa perché, o forse sì, ma in quella domanda “qualcuno come lei” non suona come una nota positiva. Gli sta dando del bugiardo.
Quando arrivano a San Basilio Nikki scende velocemente e gli dice solo “ciao”.
Paolo resta a fissarlo dallo specchietto retrovisore. Ammira quella sua camminata decisa. L’aveva colpito già il primo giorno: un passo che hanno in pochi.
Nikki tutto gli sembra, tranne che un bambino sofferente, malmenato, debole. Ne aveva visti tanti peggio di lui arrancare per strada. In quella distanza che mette tra loro si sente perso.

Nikki scivola nei vicoli. Calzini, mutande, lenzuola sono sempre lì, che pendono giù dalle finestre, come se fossero parte delle facciate dei palazzi. Non sa se ha mai visto il suo quartiere senza panni stesi.
Vede sua madre seduta sotto casa. Si agita. Gli va addirittura incontro affannata.
Per la prima volta si sono accorti che mancava?
Do’ stavi?
In giro. Si fa rosso sulle guance.
Senti a mamma tua. Hanno arrestato tu’ fratello. Vedi che tu’ padre sta come un demonio. Non je’ da motivo de ammazzatte de botte. Oggi non è aria Nikki, bello de mamma tua. Anzi, sai che famo? Mo’ chiamamo tu’ zio. Te venisse a prende lui. Stai da loro quarche giorno, poi torni quanno se so’ carmati tutti.
Dopo mezz’ora suo zio arriva trafelato.
Non te preoccupà, nun è gnente, roba de un furtarello. Però Nikki è mejio che ve lo portate a casa vostra che qui Franco sta come un matto.
Sì, non te preoccupa’ Gloria. Starà bene, lo porto a scuola, lo distraiamo, voi spicciate le cose vostre. Ciao Glo’, ci sentiamo al telefono.
Nikki sale in macchina. Sua madre se ne sta nel mezzo del piazzaletto con la sigaretta tra le dita. Trema come una foglia. Nessun abbraccio prima di separarsi da lui. Lo manda via così.
Aspetta zio!
Scende di corsa e corre ad abbracciare la vita di sua madre. Lei gli fa un sorriso.
Eh… che è! Te sei messo paura? Io sto bene, non te preoccupa’. Va’… va’ co’ i’ zii.
Risale e passa un mese lontano da casa.

Paolo ha intrasentito dai ragazzini dell’arresto. Vorrebbe sapere come sta Nikki ma nessuno lo sa, nessuno lo ha visto, nessuno ci ha parlato.
In modo quasi autoritario dice a tutti: Non va mica bene che se uno di voi è in difficoltà gli altri se ne fregano. E che squadra siete?
I ragazzini restano mortificati, si guardano colpevoli l’un con l’altro.
Allora decide di appostarsi sotto il civico 32a e aspettare.
Un giorno, dopo forse dieci giorni che tenta, la madre di Nikki rincasa. È sola, si dice che deve approfittarne.
Ehi, signora?… Gloria?
La donna si volta solo quando la chiama Gloria. Lei lo riconosce, e gli rivolge un piccolo sorriso di circostanza.
Mi scusi, sa, ma i ragazzi mi hanno detto di vostro figlio. Sono davvero dispiaciuto. Volevo sapere come state, e se vi serve qualcosa.  E poi volevo sapere come sta Nikki.
Bene. Non se preoccupi dotto’. Nikki è dai zii. No lo potevamo lascia’ qui. Se l’immagina, no? Tutto ‘sto casino. Devo anna’ è tardi, scusi.
Butta la cicca per terra e scompare dentro.
Sì, certo, grazie, scusi lei!
Almeno è riuscito a sapere qualcosa. Poi, il giorno dopo ancora, scopre che il fratello di Nikki non solo aveva rubato, ma lo avevano trovato anche in possesso di una bella dose di hashish. Una brutta storia.
Rivede Nikki un mese dopo. Torna al campo come se nulla fosse. Lo trova più pettinato, più curato, più in carne. È mingherlino lo stesso, e buffo, fischietta un motivetto che conosce. È quella pubblicità del Cornetto Algida. Partire per ricominciare… nnaannnanna… amerai il finale.
Alla buon’ora… qualcuno qui sta facendo la muffa ad aspettarti. Scherza, e rivolge un occhio a Penelope, dietro di lui.
I ragazzini gli vanno tutti incontro, lo circondano. Catapultano su di lui molte domande. Nikki cerca di rispondere ma non sa tutte le risposte. In poche parole riassume che a suo fratello avevano dato cinque anni.
Tutti restano a bocca aperta.
Be’ così s’empara, no Nikki? Mi’ madre dice che se l’è cercata. E poi, dopo quello che tu’ padre ha fatto, doveva ave’ imparato la lezione!
Va bene, va bene, i commenti dei vostri genitori lasciamoli a loro. Okey? Che vi ho detto? Un vostro compagno è in difficoltà e voi che fate?
Aspetta in silenzio che loro rispondano.
I ragazzini allora si stringono tutti intorno a Nikki. Viva Nikki. Bentornato Nikki. Bravo Nikki.
Bene, ora ritorniamo in campo e facciamolo respirare.
Nikki lo guarda impressionato. Sale sulla panchina e gli butta le braccia al collo.
Ahi, come punge, Mister! Si gratta la guancia, poi gli tira la barba per scherzare.
Lui allora si fa di nuovo autoritario: Ti cambi? Giochi con noi o sei venuto solo a oziare? Gli pare che quel fatto della sala giochi se lo sia lasciato alle spalle.
Nikki si rallegra e si sveste. Resta in pantaloncini e saltella sul posto. Poi sembra ripensarci, torna alla panchina, prende una margherita esile e la dà a Penelope. Lei la stringe per non perderla mai più e arrossisce. Grazie, gli dice in un sussurro.
Adesso può iniziare a fare qualche giro di campo.
Si mescola agli altri.
Vai vai… devi essere più veloce Nikki, dai… sei un’ala… mettile queste ali, forza… forza, su’ non fare il pappamolle… ali, le ali… aprile!
Tutto l’allenamento a caricarlo per farlo ben reintegrare quando alla fine si sente dire: Mister, io non ho bisogno delle ali.
Ah.
A me non servono a niente. E nemmeno a loro. Tanto rimarremo qui. E tra qualche anno magari ci finisco io in carcere.
Paolo resta attonito. È la prima volta che lo sente parlare in maniera tanto disfattista. Non aggiunge niente al suo discorso, per un attimo si sente inutile.
Spesso si chiede perché stia allenando quei ragazzini. Il meccanico non gli aveva chiesto di farlo. E, in fin dei conti, cosa gli avrebbe potuto insegnare il calcio? Nulla. Non era mica un museo da ammirare, i monumenti di Roma, il Colosseo, la Fontana di Trevi… quelle cose sì che avrebbero potuto aprirgli la mente!
Poi si rende conto, però, che a lui non era servito avere tanta cultura a portata di mano. Non aveva saputo farla fruttare.
Mentre rimugina sul suo destino, scompaiono tutti, anche Nikki, ma lo vede andare nella direzione opposta a quella di casa sua, così lo pedina. Di nuovo. Deve smetterla di farlo.
Dopo un po’ di strada, si accorge di ritrovarsi in una specie di piccola campagna tra i palazzi, lo vede infilarsi in un cancello. Arriva fin li ma lui è già sguisciato dentro. Felci e profumo di fiori invadono quel quadrato di aria.
Decide di aspettarlo lì fuori, si accuccia dietro una costruzione di cemento e aspetta. Nikki ne esce solo dopo due ore. Trotterella e fischietta come se fosse felice. Era completamente diverso dal ragazzino rassegnato di solo poche ore prima.
Quando Nikki si è allontanato, Paolo butta un altro sguardo dentro al giardino ma non vede muoversi nulla. Decide che ci tornerà.
Il giorno dopo è di nuovo ad allenarli e non trascura le affermazioni del giorno prima. Gli dice subito: Sai quella cosa che hai detto, sul non aver bisogno delle ali? Beh, io invece mi sono sentito per molto tempo come se me ne avessero tagliata una. Io, però, al contrario tuo, la rivolevo perché sapevo che non avrei mai potuto volare solo con l’altra.
E chi gliel’ha tagliata, Mister?
Mah, credo sia successo perché a un certo punto ho disprezzato la vita. Me la sono tagliata da solo. Oggi però, vedendo te, non lo so se ho fatto le scelte giuste. Anzi, sicuramente no.
Ma lei Mister che voleva diventare da grande?
Ah, ottima domanda… sicuramente non sarei voluto diventare come sono adesso. E tu cosa vuoi diventare?
AHHAHHA, Nikki ride, io una polpetta per i maiali.
Paolo invece lo vede già adulto, che si laurea, che si sposa, che lavora onestamente.
Mister, se lo farebbe un bagno?
Un bagno? In che senso?
La madre di Penelope ha uno di quei posti dove si fanno i bagni pieni di fumo.
Una sauna intendi?
Sì. Io non ci sono mai andato ma vorrei vedere com’è.
Ma vuoi andare per la sauna o per una certa signorina che ti piace?
Misteeer!
Che roba stupida e finta quella delle saune, comunque. Sopravvalutata! Un giorno ti ci porto io in un posto davvero bello. Altro che sauna.
E quando? Nikki si agita subito, vorrebbe andarci immediatamente. E che posto è? Dove si trova? Ma si paga per entrare?
Ehhhh mammamia quante domande! Adesso entra in campo, perditempo! Dopo lo diciamo anche ai tuoi compagni di squadra. E se i genitori mi autorizzano, vi ci porto. Okkey?
Siiii.
Euforia allo stato puro.
Paolo è adulto, eppure freme quanto Nikki.
I due giorni successivi diventano euforia per tutti i ragazzini. Pregano i genitori, gli promettono che si comporteranno benissimo, che ubbidiranno al Mister e faranno i compiti, così da non rimanere indietro. Quindi decidono di saltare l’allenamento, studiare e prepararsi per il gran giorno. Nikki è l’unico a non dire niente ai genitori. Falsifica la firma di sua madre.
Paolo si pente quasi di essersi sobbarcato di una tale responsabilità. Non solo per i genitori che si fidano di lui ma anche per i ragazzini. E se li avesse di nuovo caricati di troppe aspettative? In fin dei conti, dove vuole portarli non c’è nulla, solo un piccolo stagno. E non sa neanche più se c’è ancora quella magia che aveva respirato da piccolo.
Affitta un pulmino per l’occasione. I ragazzini quando lo vedono arrivare spalancano gli occhi. Anche qualche madre che è lì, e che non se l’aspettava, resta ammaliata. Nel salire, i ragazzini, si sentono una squadra che sta andando a fare una trasferta. Come alla tv la Roma quando parte, e i tifosi sono tutti sotto a fare i cori. Ci sono le loro madri, però, allora fanno finta che siano delle fan accanite.
Poi si siedono con rispetto sui sedili. Ma appena il Mister parte iniziano a urlare, applaudire, cantare.
Lo stagno è una pozza d’acqua ma è dentro un girotondo di alberi verdi e alti, frondosi. La luce filtra a cunei, ha un che di misterioso, soporifero, vellutato. Ombre gigantesche si stagliano intorno a rendere l’atmosfera fiabesca.
Lo chiamano Il Posto delle Fate, annuncia ai ragazzi.
Il Mister si spoglia e si tuffa. Di colpo, così, spiazzandoli. Ma l’energia si allarga e tutti si spogliano e si buttano. Tanti splash, acqua che brilla in aria, adrenalina.
Si schizzano. Ridono. Schiamazzano.
Lo stagno è dietro quella che un tempo era la casa dei suoi nonni, dove era andato ad abitare dopo la morte dei genitori.
Forse era stato l’anno più bello della sua vita perché di fianco ai nonni abitava una fatina, si chiamava Rachele. È stato lui a dare quel nome allo stagno, perché la incontrava lì e lei gli raccontava tante cose. Si sarebbero dovuti sposare da grandi. Ma poi se n’era andata, morta a soli sedici anni, in sella a un motorino.
Si guarda intorno come se fosse stata la vita di un altro, i ricordi di un altro.
Ora andiamo a mangiare, avete fame?
La voce riprende forza e promette grandi abbuffate.
Siiiii. Si alza un coro di voci affamatissime.
Nella casa aveva fatto preparare tante cose buone ma evita di dire “è casa mia”. Fa credere loro sia una casa-vacanze di un suo amico.
Sul tavolo c’è di tutto. I ragazzini si riempiono lo stomaco senza dire una sola parola. Ingurgitano ogni cosa fino allo svenimento.

Ma ‘sto Mister’e chi se crede de esse, eh Glo’? Se li porta in giro. Gnente è pedofilo?
Gloria fuma nervosa.
E tu perché non c’hai detto che annavi co’ quello in gita? E poi che gita è? Un lago!
Ci siamo divertiti e il Mister non è un pedofilo. È una persona seria. È come te.
Mica ce va bene a me e tu madre che… Che? Io come quello? Ahahahahaha. Je’ piacerebbe al Mister’e! Ride forte, come se volesse farsi sentire da tutto il palazzo.
Sì, pà… come te. È molto rigido e dà le regole. Non fa mai un passo indietro.
Mh… ma senti ‘sto regazzino, Glo’…!!! Tu’ fio Glo’ dice che io so così.
Gongola mentre morde una mela poi gli chiede a riconferma: e ‘nsomma io sarei così?
Sì, pà… e tu in più hai i tatuaggi.
Nikki si alza e va a studiare lasciando suo padre che si guarda i tatuaggi.
Ma n’vedi oh ‘sto moccioso, è fio a te Glo’! C’ha a’ parlantina tua. Questo fa’ ‘e scarpe a tutto er quartiere, ch’avemo er fio professore!
Mentre lo dice, Nikki si chiude la porta della cameretta alle spalle. Si mette a studiare. Ha moltissimi compiti.
Dopo un’ora guarda fuori, è ancora giorno. Si avvicina alla porta, origlia se qualcuno è in corridoio. Poi va dietro alla scrivania e solleva un mattone. Si aiuta con un coltellino. Tira fuori un sacchetto con dei soldi dentro. Conta: cinque, dieci, sedici euro. Li fa scivolare in tasca, poi riavvolge il sacchetto e lo schiaffa in fondo al buco. Il mattoncino si incastra di nuovo perfettamente sul pavimento.
Esce senza dire dove va.
Salta due giorni gli allenamenti. Quando torna, il Mister annuncia a tutti che faranno una partita vera con un’altra squadra romana.
Oh! Mica ve la starete facendo sotto! Grida il Mister quando li vede intimorirsi e parlicchiare.
Ma tu dici bene Mister! Esclama Maicol. Solo che noi una partita vera non l’abbiamo mai giocata.
E che succede se perdiamo venti a zero? Grida dal fondo Samuel.
Venti a Zerooo! Cavolo. Paolo si gratta la testa frastornato.
Tutti gli altri allora esplodono in commenti, non si capisce più chi dica cosa.
Ohhhh shhhhh. Allora, a parte che non siete schiappe, voi sapete giocare, ma poi perché dovreste fargli fare venti goal? Dice il Mister.
Nikki si alza, gli va vicino a sostegno: Sì, infatti! Chi glieli fa fare venti goal? Devono passare sul nostro cadavere.
Alza la mano in alto come se potesse toccare il cielo.
Tutti guardano il mingherlino e poi esultano. Si caricano l’uno con l’altro.
Da quel giorno si mettono sotto, hanno un mese per allenarsi al meglio.
Il Mister gli dice che vuole che decidano un giorno, e quel giorno gli farà vedere un video dell’altra squadra.
Per studiarli! Aggiunge.
E perché hai un video?
Beh gliel’ho fatto, pensavo potesse esservi d’aiuto. Si fa così nelle grandi squadre.
Tutti d’accordo e incuriositi, il giorno deciso, si adunano nella saletta di Margherita Clondel, che ha un bar sul Giardino della Balena.
Il Mister commenta i passaggi. Loro stanno super attenti, nessuno fa un fiato. Solo quando Margherita porta un vassoio pieno di succhi, parlano e ridono lasciando scorrere le immagini a video.
In quel mese si preparano duramente. Nemmeno Nikki manca mai. Gli pesa perché ha tante cose da fare. Però sa che per i suoi compagni di squadra è importante.
La partita la perdono. Però solo uno a zero. Il pallone non era voluto entrare, nemmeno per un pareggio.
Il giorno dopo sono tutti atterriti. Fanno un riscaldamento senza concentrazione.
Bene, dice il Mister. Qui c’è bisogno di una parola. Venite, venite, su.
Insomma fa un discorso giusto. Dice che le partite servono per migliorarsi. Con quella partita aveva capito che devono cambiare qualcosa in attacco.
Quindi oggi proviamo a invertirci. Tu, Samuel e tu Carletto. Forza. Su, su, voglio vedervi giocare.
Io faccio sempre l’ala?
Tu sì. Tu sei andato forte alla partita, Nikki. Peccato tu non voglia fare il professionista. Potresti provarci.
Nikki fa spallucce poi dice: oggi, resto, ma poco. Ho da fare.
Le patate? O un murale? O qualche monetina? Mh? Non lo guarda, fissa gli altri giocare e nel mezzo dà delle indicazioni a Carlos che non riesce ad entrare nel nuovo ruolo.
Nessuno dei tre, Mister.
Corre verso i compagni, ma prima di mettersi a palleggiare si gira e gli strizza un occhietto malizioso.
Lo sa che il Mister muore dalla curiosità di sapere i suoi segreti.

Paolo, una settimana dopo, complice un temporale che aveva allagato il campo, decide di affacciarsi in quella casa col giardino pieno di licheni e il profumo dei fiori.
Appena lì, si gratta la testa. Sospinge il cancello che è solo accostato. O solo rotto. Viene circondato da quel profumo, dalla nostalgia per la casa dei nonni, dagli alberi e dagli insetti. Mano a mano che cammina sul piccolissimo sentiero si apre il sole e tutto quel trionfo di vita gli pare assurdo si trovi dietro l’angolo di San Basilio.
L’erba è disseminata di fiorellini bianchi e alla fine del viottolo c’è una bella costruzione in vetro. Somiglia a una serra.
Salve.
Paolo soprassale e si volta di scatto. Il viso stupito.
Una dama dell’ottocento è ferma sotto il portico di una casa antica.
Cerca qualcuno signore? La voce è fioca, e anche un po’ preoccupata. Ma ciò non le aveva impedito di palesarsi.
Ha le mani eleganti e rugose, un vestito lungo di merletti avorio. I capelli bianchi e lucenti raccolti in una crocchia.
Scusi l’intrusione, signora.
Non sa perché, ma le fa un piccolo inchino impacciato. E, come solleva lo sguardo, la osserva con ammirazione. Doveva essere stata bellissima da giovane, i suoi lineamenti perfetti sono ancora evidenti sul viso, il portamento elegante lungo i fianchi snelli.
Poi nel riprendersi dice: cercavo Nikki, in realtà.
Ah, Nikki. E perché lo cerca qui?
Sono… ero venuto a …
Ah ma lei deve essere il Mister!
Gli zigomi della signora si accendono.
Come fa a saperlo?
Ah, Nikki parla sempre di lei. Venga, mi accompagni. Dice che è un curiosone.
Si dirigono insieme verso la serra.
Ah, dice questo?
Quando entrano la temperatura calda li assale. Lui si tira via la felpa.
È molto bravo il mio Nikki, non trova?
Sì. Molto. È per questo che sono qui. Pensavo… beh, non lo so cosa pensavo. Lo spio ogni tanto per vedere dove va.
La donna ride come se stesse sul palco di un teatro.
Cielo, Mister… Nikki è un bambino bravissimo. Ha tutti ottimi voti a scuola. Si sarà reso conto che non parla romanaccio come i suoi compagni, come il padre… ah, quel burino… e come l’intero quartiere! No?
Beh, si un’idea me la sono fatta.
Nikki ha una naturale propensione per le piante, lo sa?
No. Non lo sapevo.
Le piante lo ascoltano, si fanno toccare da lui e rispondono alle sue mani. I gatti gli si incolonnano dietro quando lo vedono arrivare.
Fa un gridolino per scacciare un’ape e poi dice a voce bassa: Mi hanno detto che è un bambino prodigio!
Chi? Chi gliel’ha detto?
I tarocchi. Vedono tutto loro. Ma quel padre… ah… quel padre ci rovina i piani. A lei e a me.
A… noi? Cioè, in che senso?
La donna è affettata quando parla. È fine, educata, morbida nei gesti. Ma sa essere un tornado.
Dobbiamo fermarlo, lei deve fermarlo. Su, lo fermi!
Si imbarazza per lo scarso aplomb poi dice: Oh ma che sgarbata sono… Vuole una tazza di caffè, o un tè?
Non saprei.
La stanza dove lo fa accomodare è luminosa e piena di oggetti diversi. Ha molti quadri alle pareti. Paolo mette a confronto la casa della donna con la sua e inorridisce. Ci sono anche strani amuleti, appesi dove capita.
Abbiamo poco tempo per scoprire chi siamo… non trova?
La signora ammicca alle tante cose che ha collezionato. Poi aggiunge: Beh ho scoperto di essere un po’ di tutto questo. Ma quando lo si scopre è tardi, non c’è abbastanza tempo per viversi l’emozione che provoca saperlo.
L’uomo la guarda con curiosità. Tocca la tazzina del caffe. È una ceramica pregiata, si capisce dai decori.
La donna gira il caffe, lo beve e poi fa una cosa che Paolo non si aspetta. Rovescia i fondi sul piattino.
Eh, anche lei è un giramondo. Però… caspita! Solo, qui vedo che non ha collezionato molto. Perché?
Lui si sente punto sul viso. Avvampa.
La donna, allora, nel vederlo imbarazzato afferma con sicurezza: ah, i fondi di caffè dicono anche che non deve preoccuparsi, sa’? La vita le riserverà belle sorprese.
Dice?
Lo vuole un gatto? È nato due mesi fa. Io ne ho tanti.
Paolo non ha mai avuto animali in casa. Solo Smaila, una cagnetta che apparteneva a suo nonno. Poi però aveva pianto tanto quando l’avevano dovuta sopprimere e non ne aveva mai più voluti altri. Era vecchia Smaila, è vero, però lui no. A lui era mancata tutta la vita. Quella cagnetta lo capiva come nessuno.
Non potrei accudirlo, dice perentorio.
Ah, ma va là… certo che può.
Glielo appioppa addosso e decide che è suo. Gli metta un bel nome. Io la chiamerei Fannì.
Paolo le dice: Lo farei anche l’esperimento, signora, ma vivo in un appartamento e non ci sono mai, qui è molto più bello per… Fannì.
La pelosetta minuta gli si agita nelle mani. Gli occhi due fessure di sonno. La boccuccia rosa gli si attacca al dito, come per ciucciare.
Lui resta tramortito da questa tenerezza.
Non è adorabile? Non siamo nulla senza un gatto vicino, ci pensi!
Sì, è adorabile. Poi le dice: Sarò sincero, signora, trovo crudele separare questa micetta dalla sua mamma e da questo posto che è un incanto.
Ma sì, starà qui. Va bene, va bene.
Paolo si perde per un attimo nella morbidezza del pelo, poi soprassale e ripensa al motivo per cui era andato lì.
Non ci siamo presentati però. Io sono Paolo.
Ah, giusto, che sciocchina, io sono Adelina.
Lui le bacia la mano. Lei arrossisce.
Che galante!
Adelina! Ah, lei è la famosa signora Adelina.
La donna è in brodo di giuggiole al pensiero che Nikki gli abbia parlato di lei.
E Nikki viene qui a darle una mano, dunque?
Sì, quel caro ragazzo. Fa tutto lui nella serra. Gliel’ho detto, è bravo.
E lei lo paga?
La domanda gli esce involontaria. La donna si volta con fervore.
Oh santo cielo, si che lo pago. Mica mi approfitto di lui!
Scusi, signora Adelina. No, non volevo assolutamente dire questo… No, mi chiedevo che fine facciano i soldi. È il padre a pretenderli? Lo manda lui a lavorare?
Adelina si sistema i polsini della camicetta come se si fossero allungati improvvisamente.
Ma no, che dice. Quello nemmeno lo sa che Nikki viene da me. Uh, se lo sapesse, quel bifolco!
Paolo la ringrazia dell’accoglienza, della compagnia e di non averlo picchiato con una scopa quando se l’è trovato in giardino.
Lei lo invita a tornare. E mi chiami Adelina. Senza quel “Signora” che mi fa tanto vecchia.

Nel campo di calcio c’è gran fermento per la successiva partita. Hanno sistemato quel problema in attacco. Tommy si sa smarcare meglio senza fare fallo per forza. Penelope siede sul ciglio con un quaderno in mano. Sembra scriverci dei pensieri importanti.
Nikki arriva trafelato, ha già i pantaloncini addosso e comincia a saltellare. Lei si guarda intorno, strappa il foglio e lo piega in quattro, poi in sei. Glielo infila in una mano. Nikki diventa rosso. Le dice che lo leggerà dopo, quando non c’è nessuno.
Il Mister arriva tardi, si scusa. Impartisce subito le indicazioni per mettere a punto uno schema nuovo e poi li lascia divertire. Vederli tutti lì che si preparano gli dà piacere.
Bip. Bip.
Mister, il suo cellulare. Penelope gli indica la tasca della giacca.
Lo prende, continua a guardare i ragazzi. Apre il messaggio. Slot machine & Vinci, nuovissima!
Impallidisce. Non la può aprire adesso, ma vorrebbe tanto.
I ragazzini lo richiamano per un fallo. Lo mette via. Accorre vicino ad Alex che ha dolore alla caviglia.
Gioco, gioco, maledetto gioco, si dice. Poi riflette sui ragazzini. Aveva solo cambiato gioco?
In fondo, perché non limitarsi semplicemente ad allenarli. No. Ora puntava su di loro. Quei ragazzini erano diventati le sue pedine? E quante aspettative aveva creato anche in loro?
Quando finiscono, Nikki gli si va a sedere vicino. Gli altri si adunano intorno.
Volevo chiedervi una cosa. Tossisce.
Ehi Mister, che te sei fatto la pischella?
La… pischella? Ride. No, perché?
Perché sei diventato tutto rosso.
Ah. No. Volevo sapere se siete felici di fare qualche partita. Cioè, vi va oppure lo fate per me?
Noooo macchè ah Mister! Maddechè Mistè! Jo’ famo vede’ noi a quelli!
No, ecco, proprio questo non è lo spirito giusto. Non “Jo’ famo vede’”, dovete solo crescere e imparare. Non è una gara con gli altri ma con voi stessi. Tenetelo bene a mente.
Poi, aggiunge, se vinciamo che ne dite di risistemare questo campo?
Siiiiiiii. Tutti saltano e si guardano eccitati.
Un campo nuovo. Un campo nuovo. Cantano e ballano. Un campo nuovo.
Ehhhh, sempre esagerati! NUOVO! Ho detto che lo risistemiamo.
Con questo proposito la partita, stavolta, la vincono. Uno a zero. Goal di Samuel che il Mister aveva spostato più indietro perché risaliva meglio l’area, riuscendo a smarcare meno giocatori.
Poi festeggiano. Paolo va a comprare panini, tramezzini, pizzette e succhi per tutti.
Nikki a un certo punto va verso di lui, gli dice: Mister, ma come è arrivato dalla signora Adelina?
Paolo si fa serio. Ah. Boh, in realtà facevo una passeggiata e mi ha incuriosito il posto. Non sembra di stare nel quartiere, no?
Mh. E allora perché gli ha chiesto di me?
Beh pensavo ti conoscesse. Ti conoscono tutti qui.
Lo sa Mister che le bugie non si dicono e che lei non le sa nemmeno dire?
Ah. Bene.
È bella vero la signora Adelina, vero? Sembra una fata. Ha i capelli lunghi e bianchi ma non se li scioglie mai, dice con una punta di soddisfazione.
E allora tu come fai a sapere che ha i capelli lunghi e bianchi?
L’ho vista un giorno. E lei ha visto che io l’avevo vista.
Quindi? Mica la ricatti per questo?
Il ragazzino ride divertito. Ma che ricatti! Siamo diventati amici perché io sapevo un suo segreto.
Prende fiato poi aggiunge: Ha molti gatti la signora Adelina, li ha visti? Lei dice che parlano.
E tu l’aiuti nella serra, mi ha detto!
Poto i fiori, pulisco, innaffio, estirpo le erbacce.
Accidenti. E ti paga bene?
Mh, sì, discretamente.
Discretamente… ah! Sei davvero unico. E poi la smetti di darmi del lei? Non hai notato che i tuoi compagni di squadra mi danno tutti del tu.
Ci proverò, ma non saprei.
Gli altri ragazzini intanto si rimettono a cantare e saltare. Un campo nuovo. Un campo nuovo.
Lui alza le mani arrendendosi, allora parte l’applauso. Si alza fa due tre inchini e si risiede.
E torna a conversare con Nikki. Ma, fammi capire questa storia dei soldi. Che ci fai con tutti i soldi che raccogli in giro o che guadagni?
Il ragazzino fa le spalle grosse. Io mica le chiedo che ci fa con i suoi soldi. Li spendo, che vuole che ci faccia. Lei è ricco Mister?
Ah, accipicchia, ricco dici? Diciamo che sono stato fortunato.
E non lo trova ingiusto? Io non sono stato tanto fortunato.
E che ne sai? Lo so che ti sembrerà una frase fatta ma vorrei essere te. Non sempre la ricchezza ce l’abbiamo nel portafogli. E non tutti impieghiamo il nostro tempo per arricchirci, molti lo usano per impoverirsi. Tu sei diverso. Come hai detto un giorno? Ah, sì, incremento il mio business. Già, avevo riso di questa tua battua. Ma è così. Solo che è un altro tipo di business.
Poi ci ripensa e aggiunge: Avrai un salvadanaio gigante!
Un che?
Un dindarolo.
No. Non proprio.

Finiti i festeggiamenti passano a ridosso del parco dove Paolo non vuole avvicinarsi mai per via dello spaccio. Il muro esterno è stato colpito da scritte di ogni genere, i colori vibrano cercando i sogni, ci sono le parole volgari, i pensieri romantici. Tutte emergenze dell’animo e di uno spazio in cui sfogarsi.
Hai mai scritto qui?
Non ci vengo qui, mio padre me l’ha vietato.
Lo guarda, lo prende per mano e lo porta via.
Ha paura di mio padre. Hihhhaii hhaaaahhh… Ride divertito.
Ma no, però è lui tuo padre, non io. Se ti vieta un posto e io ti ci porto è giusto si incaz… si arrabbi.
Comunque, quella cosa che ho detto sui soldi, non intendevo che è ingiusto che siano capitati a lei. Mica volevo dire che non se li è meritati. È solo ingiusto non siano capitati anche a me.
Lui allora si lancia in una arringa: i soldi non portano bene. Spesso, averne tanti non ti fa capire chi siano i veri amici e quindi passi una vita da solo. E ti domandi in continuazione se la fidanzata non stia con te solo per i gioielli che le regali, per la bella casa, la bella vita…
Nikki lo interrompe: si ma ci puoi studiare però, andare all’università. Io li vedo i ragazzi dell’università, vado lì ogni tanto, e sono felici.
Paolo si inginocchia, tanto da guardarlo dritto negli occhi: anche tu puoi studiare se questo ti rende felice.
Papà ha sempre detto che andrò a lavorare con lui. E a casa mia si fa solo quello che dice mio padre. Lui ha pagato il suo debito con lo Stato e da quando è uscito di prigione si è impegnato per noi. Non lo voglio deludere. Fa tantissimi sacrifici.
Paolo si ricorda il suo, di padre, vagamente. Aveva fatto sacrifici? Forse, non lo sa. Gli aveva mai chiesto di fare quello che diceva lui? No, mai. Gli aveva detto che la vita era la sua.
Senti, sono sicuro che tuo padre capirebbe. Secondo me dietro quella scorza dura si nasconde un uomo d’oro. E sai come lo so? Perché tu sei suo figlio, non puoi essere nato così per sbaglio.
Così come?
Così saggio.
Ridono.

Paolo ripensa a quel discorso fatto con Nikki. Sente che forse il suo ruolo in questa storia è solo far cambiare idea al padre. Solo.
Va dalla signora Adelina. Si presenta così, a mani vuote.
Scusi tanto, so che non è di buone maniere comparire all’improvviso alla porta di una donna.
Uh, si figuri.
Lei è seducente e antica. Vispa e leggiadra.
Ma venga non se ne stia lì. Che voleva chiedermi?
No, niente, solo dirle una cosa, si tratta di Nikki.
In poche parole le racconta i loro discorsi. Ma lei sa già tutto.
Mh, e lei vorrebbe parlare con quel troglodita del padre?
Sì. Tenterei.
Non è una buona idea. Comunque ci può provare, al limite le spacca la testa.
Il tè che stava sorseggiando gli va di traverso.
La donna si alza, va su e giù per la stanza, le mani come in preghiera. Va verso di lui per dirgli qualcosa poi, no, ci ripensa e torna sui suoi passi. Ma arrivata davanti alla parete, come se quella l’avesse illuminata, si volta radiosa.
Se le faccio vedere una cosa mi promette che lo terrà per sé?
Lui si alza e si fa una croce sul cuore.
Accidenti, non vedevo più una cosa simile da secoli. Uhhuhhhu. Ride divertita mentre gli fa cenno di seguirla. Si ritrovano in una bella stanza con una scrivania, e alcuni quadri divertenti appesi alle pareti.
Questa è la stanza di Nikki.
Di Nikki?
Lui sgrana gli occhi.
Sì. Viene qui spessissimo.
Ah, quindi è qui che sparisce giorni interi.
La donna si avvicina a un armadio grande, lo apre silenziosamente e si fa da parte.
Dall’interno emergono libri. Cataste di libri, tutti allineati. Alcuni vecchi, altri nuovi.
Voleva sapere cosa ci fa Nikki con i soldi che guadagna… ecco, ci compra libri.
Paolo resta fisso a guardare i volumi, i titoli. Il mondo segreto di Nikki.
La donna prosegue: li compra da “Musica&Libri”, ha presente?
Paolo pensa che il nome non gli è nuovo, poi gli passa come un flash davanti agli occhi, di quando aveva visto Nikki attraversargli la strada velocissimo, sospinto da un demone. Ah, sì, ora ricorda, aveva un pacchetto in mano.
La signora Adelina sfiora i libri: viene qui e legge. Li divora. È un ragazzino sveglio, altruista, predisposto allo studio.
Lui si gratta la testa incredulo. E io, chissà che mi ero immaginato! Poi si siede nell’unica sedia che c’è nella stanza. È piccolina. Se lo immagina chino sulla scrivania, o in giardino, a leggere.
D’accordo Adelina. Grazie. Grazie davvero. Le prende la mano e la bacia educato. Devo andare.
Torni a trovarmi. Sventola una manina flebile in aria.

La verità in una storia è molto più profonda delle tante mezze verità che stanno in superficie. E la verità a volte è disarmante.
Paolo si carica d’orgoglio, di autostima, si immagina più grosso del padre di Nikki e va. Si presenta a casa del ragazzino.
La voce massiccia dell’uomo gli piomba in faccia appena questo apre la porta. Lui resta immobile sullo zerbino. Rinsecchisce, si rimpiccolisce. La definizione di sé non è più cosa sua.
Gloria sopraggiunge, incuriosita dall’insolito silenzio e dal sospiro grasso del marito.
Che è risuccesso Mister’e!?
Posso?
Le gambe gli tremano.
Ensomma, mica ‘o ‘so! Da quanno è arrivato lei qua nun c’è più pace… Prego, s’accomodi.
Gli fa pure una riverenza che, addosso a un armadio tatuato, fa sorridere.
Paolo, dice a sé stesso, mantieni la calma e la lucidità. Devi solo dirgli che pagherai gli studi di Nikki e che lui, in quanto padre responsabile, deve farlo studiare.
Ripensa improvvisamente al meccanico. Quello non gli aveva chiesto di tirare fuori il denaro per risolvere la questione. Ora, si pente quasi di essere entrato, poi però i genitori di Nikki lo guardano in attesa che parli.
Si butta.
Sa, Franco… -cerca un approccio neutro- … io quando sono arrivato qua non sapevo cosa avrei trovato. La fortuna però ha voluto che incontrassi un ragazzino sveglio come suo figlio.
Paolo allunga uno sguardo verso la porta della camera di Nikki. Doveva non essere in casa, altrimenti si sarebbe già affacciato. Lo immagina davanti alla scaffalatura dei libri, mentre ne sceglie uno, e poi che si siede sulla sedia e lo divora. Come gli aveva detto la signora Adelina.
Quel pensiero rafforza la sua missione.
Glielo chiedo col cuore in mano: Nikki deve studiare, è un bambino davvero bravo, sa giocare meglio di chiunque in campo ma a lui non importa del calcio, lui vuole studiare. Sa che suo figlio va raccattando monete per comprarsi dei libri?
La rivelazione è pura, gli esce di bocca tutta d’un fiato. Si sente subito in difetto: e se avesse messo Nikki nei guai con tutte quelle confidenze non richieste? Erano i segreti di Nikki, non i suoi.
Si zittisce e si aspetta perfino una botta in testa da un momento all’altro dal signor Franco, così come gli aveva preannunciato la signora Adelina.
Invece c’è silenzio.
Ancora silenzio.
Daje m’bicchiere d’acqua Glo’…
Gloria riempie il bicchiere e glielo porge.
Te siedi? Franco gli indica il divano.
Ah, sì grazie.
Vabbè, avemo appurato che je voi bene davero. Mo’ te dico du’ cose, così èh, tanto pe’ capisse.
Prende anche lui l’acqua, la tracanna direttamente dalla bottiglia.
Poi riprende: Ma tu pensi che io a mi fio nun ce tengo? Quello è er core mio, mica come sti’ du’ artri ‘ngrati. E poi tu pensi che io so’ cecato?
Paolo fa di no con la testa, si aspetta da un momento all’altro l’esplosione di uno schiaffo o che prenda una bottiglia e gliela fracassi sulle tempie.
Io le so tutte ‘ste cose che me dici. Che te pare che lo manno n’giro senza sape’ n’do sta? ‘O so, ‘o so! Da quella fricchettona dell’Adelina ce passa le giornate. Che nu’ ‘o so!!! E so pure dei libri. E so pure che te lo sei portato a casa tua senza permesso.
Apre una mano come per dargli uno schiaffo ma lo mima solo, e aggiunge: Noi semo fortunati a’ave’ n’fiarello così, che n’ciò so?
Paolo allora, rianimato, prende il coraggio e dice: Quindi concorda con me?
Oh! Te stai zitto? ‘Sto a parla’… eh… mammamia sei venuto a fa’ er professore? No…!!!
No, no. Certo. Scusi. Parli pure.
Io e te annamo d’accordo. Lo so che so ‘gnorante, e che Nikki se meritava un padre mejo de me, magari come te, co’ la giacchetta, l’aria da professore…
No, guardi, si sbaglia…
Arinterrompi?
Paolo alza le mani.
Allora, ‘nnamo pe’ gradi. Io nu’ lo so come pensi che je’ vojo male… E nu-rinterrompe! Io… lo porto su sto parmo… ‘o vedi sto parmo? E lui studierà. Anzi, s’istruirà, come dite voi grandi maestri. Vabbè?
Sì.
Silenzio.
Quando capisce che può parlare aggiunge solo: Nikki è convinto di dover lavorare con lei. E anche con me, lei si è espresso in questi termini, si ricorda? Mi disse che l’avrebbe portato a lavorare con sé, insieme agli altri due figli. Solo per questo mi sono permesso…
Ah, già, quel giorno… vabbè volevo solo capi’ che volevi. E Nikki, quello è come me, je’ dici na’ cosa na’ vorta e vale pe’ tutta a’ vita. J’o dicevamo quanno era più piccolo, e mica o’ sapevamo che era così capoccione. Che je’ piace studià… Vero, Glo’? Fatto’ di’ da lei…Professo’… Tiè, vedi come piagne subito? Perché o’ sapemo che è bono a fa tutto, e che ce sembra sprecato pe’ fa sta’ vita!
Paolo dice: senza che mi fraintendiate, vorrei aiutarvi, se posso.
Franco si alza in piedi come se un chiodo gli si fosse conficcato nel sedere. Apre la mano, sta per dargli uno schiaffo, poi se lo abbraccia.
Ce sei cascato, eh?
Paolo ancora sente le gambe molli. Poi ride isterico.
Nun ce servono li sordi, comunque, se è quello a cui se riferiva, professo’, è quello no? Nun c’è bisogno.
Ehh, sì, pensavo … semmai vi trovaste in difficoltà che io potrei… insomma… aiutare Nikki. Ma non voglio niente in cambio. Lo stesso per l’altro vostro figlio. Conosco un buon avvocato se vi serve.
Quello deve marcì ‘ngalera… sa’ perché jo’ dico? Perché senno’ nun se ‘mpara a campa’. Comunqe avemo capito professò, anzi Misterrr! Che poi io ancora devo capi’ come cazzz… ce sei finito qua.
Eh, è una lunga storia. Però, magari, un giorno ve la racconto.
Si salutano, Gloria gli apre la porta, lo ringrazia mille volte.
Quando si trova da solo nella tromba delle scale tira un sospiro di sollievo.
La vita di queste persone gli sembra più perfetta della sua.

Il giorno dopo, la mattina, come tutte le mattine, passa a fare colazione al Bar della Susy. Ha un sacco di centrifugati buoni. Prende quello detox. Come se ne avesse bisogno. Era un po’ che non mangiava schifezze e per fare l’allenatore s’era dovuto rimettere in moto.
La Susy glielo dice che è un figurino. Lui la ringrazia solo.
Sorseggia il centrifugato mentre i pensieri gli sfarfallano in testa.
Paga e esce.
Prende la macchina e raggiunge il meccanico.
Eh, chi si vede!
Eh, già, io!
Tu! E che s’è rotta la macchina? Noooo, me pare tutto a posto.
Gli dà un’occhiata furtiva.
Paolo lo tranquillizza: la macchina sta bene e pure quel ragazzino. Nikki. Si ricorda?
Germano fa di sì con la testa: eh! Eccome non me ricordo Nikki? Sorride divertito.
Io però, scusi eh Germano, vorrei capire perché mi ha mandato là. Quelli sono una bella famiglia alla fine. Qualche problema col figlio più grande ma il padre, pure se è un po’ scorbutico è una brava persona. Non mi pare che Nikki abbia bisogno di un angelo custode.
Germano caccia una risata. Ah! Perché lei pensava che la persona da salvare fosse Nikki. Ah.
Quello poi si pulisce le mani dal grasso e sorride.
No? Ho sbagliato? Dovevo aiutare qualcun altro? Ma lei mi ha detto Nikki, me l’ha scritto, non si ricorda?
Ahahhah, Paolo… Paolo!
Gli poggia la mano su una spalla in segno di affetto.
Paolo lo fissa. Resta lì. Poi mentre guarda verso l’interno dell’ufficio la vede. Vede la foto del meccanico con Nikki. In montagna. In un’altra sono al lago. C’è una donna con loro. Deve essere sua moglie.
Lo fissa come colto da una luce immensa.
Lei è il famoso zio di Nikki e quella nella foto la famosa zia a cui Nikki vuole somigliare.
Ehhh!
Si guardano poi il meccanico gli dice: ti trovo proprio bene, sembri n’altra persona.
Si guarda la punta delle scarpe. Pensa solo adesso a sé stesso, a quanto era cambiato da quando si era allontanato dalla sala giochi, dal poker online. Non aveva più avuto tempo per pigiare, i ragazzini lo aspettavano con ansia.
Già… dice a un certo punto, e lei Germano non mi ha mai detto chi dovessi aiutare.
Tra i due una scintilla d’intesa. Di fiducia. Nello sguardo di Paolo c’è anche tanta gratitudine.
La verità a volte, invece, è proprio in superficie, solo che non la vediamo. Arranchiamo.

La sua vita è completamente diversa adesso. Sta addirittura pensando di trasferirsi in uno di quei palazzi di San Basilio.
In fondo fa avanti e indietro tutti i giorni. E poi gli piace, ha preso confidenza con tutti.
Mentre è li che passeggia tra i pini, gli arriva un pallone sotto i piedi. Si gira e lo vede.
Nikki lo saluta, gli si avvicina.
Allora? Perché mi hai chiesto di venire qui?
Nikki tira Paolo per la mano. Vieni?
Ma dove mi stai portando?
Attraversano la strada, proprio qualche passo.
Qui.
Quando Paolo guarda davanti a sé, si specchia nella vetrina di un barbiere.
È ora che ci dai un taglio Mister, è proprio ora!

ps. Grazie alla mia amica, nonché cavia, non che editor Patrizia Spadaro


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