Home FOTOROMANZA Amandola: il paese “Dal Vento al Vento”

Amandola: il paese “Dal Vento al Vento”

di Emanuela Gizzi
La sfilata delle Canestrelle in Amandola pht Emanuela Gizzi Mapping Lucia

Amandola è già nel nome, una creatura a cui non si può voler male, una comunità tra i monti Sibillini, una storia antica di bambini e anziani

Torno a casa

Ritorno in Amandola dopo quattro anni, dal terremoto del 2016, e ne resto come sempre travolta. Ci sono tanti ricordi che salgono alla gola e tutto quel vissuto che parte dall’infanzia e che non muta.

La percepisco come casa, come nido, come luogo in cui rifugiarmi. Appena arrivo in Piazza Risorgimento sento le labbra sorridere e gli occhi riempirsi di acqua, in modo involontario, un sentimento che sgorga senza che io possa fermarlo. Ma poi -mi dico- perché dovrei trattenere ciò che provo?

Dei nastri colorati, gialli e rossi, sono tesi da un palazzo all’altro -fino ai Portici– e accompagnano la scalinata, che scende verso la Chiesa del Beato Antonio. C’è un’aria frizzante di celebrazioni, di tecnici al lavoro, di battiti dell’orologio, di campane che ritmano il viavai, di colazioni che si distendono da un bar all’altro.

È la festa del grano, del patrono, delle CANESTRELLE, della comunità. E c’è un filo leggero tra le persone, i movimenti sono rilassati. In loro, riconosco sempre la gentilezza, quel fare di campagna, la danza delle spighe sotto un sole che le imbrunisce.

Io arrivo in questa cornice.

Perché Amandola …

Sono in Amandola per presentare il mio libro Dal Vento al Vento, il cui impeto nasce da questi luoghi.

Lo devo a mia nonna Lucia, ma lo devo soprattutto a me stessa. Perché questa terra è stata importante, è stata la casa della mia infanzia ma anche la sua tomba.

Villa Verri con Patrizio Credit Mapping Lucia

Nel 1993 quel mondo di sogni che c’eravamo costruiti, il limbo che ci aveva protetti, resi felici, improvvisamente si spezzò. Il nostro amico Patrizio perdeva la vita in un incidente. Un brutto incidente. Che portava via il sorriso più bello e il carattere più buono e meraviglioso che io avessi mai incontrato.

E, quando condividi la stessa età, il tempo, i giochi, i sogni, non è facile capire cosa è accaduto davvero o che risposte darsi. C’è un vuoto che avanza e non ti lascia più, una sensazione fragile di stallo. Si cerca un nuovo limbo in cui ripararsi e altre strade da percorrere.

Mi sono separata da Amandola in quel 1993. Sono riuscita a tornare solo cinque volte in questi ventisette anni. Il dolore prevaleva sulla felicità: come si può essere felici in un luogo che ti ricorda il dolore?

Quindi dovevo a me stessa questo passaggio. Il libro che ho scritto è di poesia e fotografia, ma c’è una narrazione che apre e chiude un percorso. Avevo bisogno di essere nel luogo in cui il dolore è cominciato per poterlo davvero lasciare indietro.

Emanuela Gizzi sul fiume Tenna Credit Mapping LuciaAC

E oggi guardo a questo paesino, e alle mie montagne, con occhi diversi. Mi sento libera di tornare, finalmente. Di entrare in Chiesa e ricordare nonna. Continuare ad essere testimone di tante micro-storie che mi sono state raccontate o che ho vissuto sulla pelle. Cose semplici. Come stare a Piazza Alta e ascoltare il silenzio ovattato delle tre del pomeriggio. Oppure mangiare una coppa maritata a colazione. Infilarmi di nascosto, come facevo con Ivan, in qualche cantina, per rubare un sorso di vino cotto. Starmene per ore con i piedi nel fiume Tenna, o raggiungere a piedi il Santuario della Madonna dell’Ambro.

C’è una pace in Amandola che ti lega per sempre al concetto di perfezione. Credo di aver appreso, da questi paesaggi, il senso di bellezza, indisturbato, che si allunga sotto le montagne ma anche sopra. Il cielo e la terra convergono e ti ritrovi nel mezzo a goderne, perché non esiste una sensazione più grande di far parte dell’infinito.

Fotografia sulle origini

Sono stata accolta dall’amministrazione comunale nella Sala Consiliare. E, mentre salivo le scale ho sbirciato le fotografie antiche sulle pareti.

“Eh, l’importanza delle fotografie!” mi sono detta ancora una volta. Ciò che testimoniano ci rende consapevoli di un passato, della grande fortuna di averlo.

La nostra ricchezza sta nelle radici, da dove veniamo, e questa consapevolezza ci serve per essere forti e costruire il futuro.

Mi sono caricata sulla schiena quella Amandola lì, in bianco e nero, e -prima di entrare nella Sala- ho ringraziato Dio per il grande privilegio di poterne far parte.

Tutto inizia a Villa Verri

Ho sentito la stessa emozione che provavo da piccola quando per tre mesi ci trasferivamo a Villa Verri, una frazione a qualche chilometro da Amandola. Ero grata di questo regalo che mi facevano i miei nonni. Ero grata a mia nonna di provenire da lì. Lei, in qualche modo, si ricongiungeva al suo luogo natio, io lo scoprivo e -ogni anno- mi legavo sempre di più a quelle montagne.

Emanuela Gizzi in Amandola Mapping Lucia

Grazie a Irina per questa fotografia

Non sono nata in Amandola ma le mie radici sono nella casa di Amelio e Benilde, la casa di Patrizio, di Amalia. Sono nelle voci di Grazia e Giuliana, di Maura, di Gigetta e Brandina, di Marina. Le mie radici sono Ivan, Alessia, Katia e Lorenzo. E sono gli occhi sinceri di Raffaele e Luigino in cui mi ritrovo sempre e con cui non servono mai troppe parole. Ma lo sono anche la vecchia fonte e la Chiesetta, che rappresentavano i nostri luoghi di incontro e gioco. I campi di bocce improvvisati e gli anziani che ci insegnavano a giocare.

San Pietro. Quelle lunghe processioni la domenica mattina verso la Chiesetta di San Pietro, le nostre conversazioni sullo stradino bianco, tra i girasoli e i tafani. E l’immagine straordinaria delle donne più anziane che ci passavano di fianco, sedute sul retro delle apette, i foulard in testa e le mani svolazzanti in segno di saluto.

Le mie origini appartengono a quella terra lavorata dagli uomini che sembra un dipinto, mi rivedo sul trattore a guardare dall’alto i campi coltivati e poi in mezzo all’erba, a rotolare spensierata. E mi rivedo sulla pianta di fichi di Mario a scarnificare quei frutti così succosi, il latte che scivolava giù dalle mani. Appiccicose e piene di vita.

Il Silos che guarda Amandola

Le mie radici partono dal Silos di Villa Verri, dove ho scoperto cosa significhi la parola libertà.

Il Silos, una finestra privilegiata verso un orizzonte che, da piccola, mi incuteva un certo tremore nelle gambe. Il Vettore e la Priora non erano sempre limpidi. Sono montagne, e come tali variavano di continuo il loro umore. Minacciavano i miei sogni. Gli anziani le osservavano, e in un consulto mormoravano qualcosa sul tempo, sul raccolto, sui terremoti. Tutto è legato alle montagne e chi le vive lo sa.

Io ne avevo timore ma anche ammirazione. Una volta mi sono fermata a guardarle, sotto una pioggia torrenziale, erano nere, brutali ma, lo stesso, mi attraevano. Erano belle. Erano forti. Ne rimasi estasiata.

Quando invece si rischiaravano restavo ore a fissarle domandandomi come ci si potesse arrivare, quanto distavano da me, come avrei potuto raggiungerne le cime.

Il Silos è da dove guardavamo Amandola, in lontananza, e ci chiedevamo che città fosse, chi ci abitasse. La notte ci piaceva restare ipnotizzati dalle luci, fantasticare sul futuro. E, sempre da lì, abbiamo guardato -per tanti anni- i fuochi d’artificio della festa del Beato Antonio.

Ma ci siamo anche contaminati con l’odore acre del fieno. Io, Patrizio e Ivan entravamo nel Silos, talvolta pieno di balle e ci saltavamo sopra come forsennati, fino a cadere esausti. Masticavamo i fili del fieno -che avevano un sapore terribile- e ci addormentavamo. Uscivamo da lì con i capelli che sapevano di guerre segrete e di cavalli in corsa, di piscio di maiale. Spettinati tanto da sembrare folli Heinstein con bizzarre idee in testa.

Mi ricordo le notti stellate sul Silos, quando ci stendevamo uno di fianco all’altra, dentro un vecchio carretto, e ci lasciavamo guidare dalla via Lattea, dalle stelle cadenti. Mi sembrava che il mondo iniziasse e finisse li, anche se sapevo di avere un’altra vita altrove.

Villa Verri Pht Emanuela Gizzi Mapping Lucia

Gli spazi rubati al ricordo

Dopo la presentazione del libro, sono tornata a Villa Verri. Il terremoto ha strappato dalla mia terra le voci, le case, l’armonia. Si è persa l’immagine delle donne, allineate con le sedie a ridosso di qualche casa, che cucivano, ricamavano e ci davano un caldo benvenuto. Non ho raggiunto casa di Patrizio, sono rimasta a guardarla da qualche metro di distanza, c’è l’erba incolta che cresce sullo stradino, così diversa la luce che mi rimandano i ricordi.

La Chiesetta al bivio, che era il nostro punto di incontro, è scomparsa, ne è rimasto uno spazio senza consacrazioni, ne una croce, solo una radura che cresce a ridosso di una recinzione. E non c’è nemmeno il fienile di fianco. Sulla porta di quel fienile Patrizio e Ivan si alternavano come portieri. Patrizio con la maglietta di Michelle Platinì.

Mentre driblava e si preparava a tirare faceva una cronaca dettagliata dei passaggi e soprattutto dei goal che andavano a segno. Riecheggia distante la sua voce, ma riesco a sentirla, il suono intatto. Forse, la porta indietro il vento, da buon ascoltatore.

Di là il Silos. Vecchio e stanco Silos. Arrugginito. Smottato della sua superficie di calcestruzzo. Senza più vecchi carretti da ospitare o attrezzi agricoli riposti sopra.

Poi alzo gli occhi. Il paesaggio che mi viene offerto è lo stesso, e io resto appesa. Muta, in questa nicchia di mondo che è casa mia, che non c’è quasi più ma che resiste, che mi cresce intorno piena di crepe, di dolore, di solitudine. La riconosco e l’abbraccio con tutta la forza che ho dentro.

Non piango, non ho lacrime. Sono forte, il vento mi passa attraverso, come nel 1993, quando purtroppo l’ho respinto. Guardo Amandola sullo sfondo, so cosa è stato, so cosa ho ricevuto, e abbraccio il vento, come nel libro. Finalmente libera. La libertà che avevo incontrata, proprio lì, a dieci anni e che oggi riassaporo per la prima volta.

Ciao Patrizio, ciao nonna mia, vi vengo a trovare presto.


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Sono prima di tutto una viaggiatrice, annuso la vita e ne trattengo le radici. Quindi scrivo per piacere ma anche per lavoro. Scrivo perché senza non saprei starci. E poi fotografo perché la fotocamera è il mio psicologo personale. Cammino sempre con un animale di fianco, un gatto un cane un cinghiale un ippopotamo. Insomma converso. E poi scrivo di nuovo.

2 commenti
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2 commenti

Emilia 28 Agosto 2020 - 20:09

Emozioni pure. Complimenti Manu

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Emanuela Gizzi 6 Settembre 2020 - 15:16

Eh, stare tra le montagne, rivedere tante persone che non vedevo da qualche anno, presentare il libro proprio nella città natale di nonna Lucia è stato più grande di quello che avrei pensato. Grazie a te!

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