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Neuschwanstein, il castello di Ludovico II

di Emanuela Gizzi
Neuschwanstein Pht Emanuela Gizzi Mapping Lucia

Il Castello Neuschwanstein è un simbolo intramontabile della Baviera e dell’animazione Disney, la prima pietra fu l’origine di un luogo tra i più visitati d’Europa

Dal ponte di Marienbruke

Neuschwanstein, questo nome impronunciabile!

Eppure, quando lo scorgi per la prima volta, pensi sia il nome che lo rappresenti di più. Perché è importante, immortale, fa pensare a un cigno bianco in mezzo a un lago. Fa pensare ai sogni, alle favole. Alla scarpetta di Cenerentola. A un trono d’oro.

Il castello sorge nel mezzo di una valle, sulla punta di una roccia. E fu ideato con l’ausilio di uno scenografo di teatri, Christian Jank: forse è anche per questo che sembra più un’illusione che un paesaggio reale.

Per descriverlo parto dal Marienbruke, il ponte di Maria. Perché non c’è quadro più rappresentativo o posizione migliore per godere appieno di questo simbolo, visione, fotografia.

Il punto panoramico fu disegnato appositamente per la consorte del Re Massimiliano II, Maria di Prussia, nonché madre di Ludovico II, come regalo di compleanno. Lei amava molto arrampicarsi nei sentieri di montagna e godere del panorama e quello di certo sarebbe stato uno dei più vertiginosi.

… arrivano i topolini

Il ponte è sospeso sulla gola di Pöllat, e fa davvero impressione. Mi tremavano anche un po’ le gambe. Ma poi è passato perché, già il momento successivo, ero a contemplare il bosco che raccoglieva il cielo, o viceversa, e il Castello di Neuschwanstein, che se ne stava lì, nel mezzo, impermeabile al tempo.

E si ridiventa piccoli. La voce di nonna o di mamma mi sono tornate alla mente, lo stesso alcune figure del libro che mi leggevano. È comparsa, infida, la matrigna, seguita dalle sorellastre e, sul ponte di Maria -per un secondo-, mi è sembrato di vedere, in fila, uno dietro l’altro, e baldanzosi, i topolini di Cenerella. La carrozza che diventava zucca sotto i rintocchi dell’orologio. La fatina che si rimetteva in tasca la bacchetta magica.

Una cascata scivolava giù senza fare rumore, pareva un disegno. Una nebbiolina aleatoria di fumo grigio invadeva il sogno, purtroppo la giornata era uggiosa, ma non troppo da coprire l’orizzonte dove se ne stava quieto e argenteo il lago Forggensee.

Marienbruke Neuschwanstein Pht Emanuela Gizzi Mapping Lucia

Il Re si ribella

Per arrivare al Castello c’erano delle navette retrò, metà pulmino, metà carrozza, verde Brunswich come i treni della Regina Victoria.

Iniziò a piovere e il bosco venne ingoiato da un sortilegio. Gli alberi divennero neri e scheletrici, le chiome scomparirono, vittime di una coltre fumosa. Il Castello perse un po’ di quel potere che invece dal ponte sembrava inespugnabile.

Gli interni erano cupi per via della luce grigia, nonostante fossero dotati di finestroni non proprio usuali, di una grandezza a giorno. Le pitture, ispirate alle opere di Richard Wagner, disegnavano il medioevo in modo sorprendente. Storie d’amore, di caccia, di poeti e cavalieri, emergevano dalle mura con impeto.

Ludovico II aveva voluto circondarsi di anime affini alla sua e rappresentare la missione divina di un re bavarese con tutti i poteri a lui conferiti. Anche se era una visione lontanissima dalla realtà. Infatti nel 1866 la Baviera aveva perso la guerra contro la Prussia e lui, il Re, era stato privato della possibilità di disporre del suo esercito. Questo fatto aveva determinato non solo l’indebolimento del suo ruolo ma anche un profondo sconforto interiore.

Neuschwanstein, il nuovo castello

Ludovico II iniziò a progettare il Konigswinkel, ovvero l’Angolo del Re, per tornare ad essere importante, almeno tra le sue terre. Già padrone dell’altro castello di famiglia, l’Hoenschwangau, posizionato poco più sotto, nella Contea del Cigno, decise che avrebbe dato vita ad una seconda dimora. Qualcosa di grandioso, visionario. Qualcosa di magnifico e bizzarro.

Si invaghì, durante una visita, della Fortezza di Wartburg e della sua Sala dei Cantori. Fu da quel momento che il “Nuovo Castello di Schwangau” cominciò a prendere forma nella testa del sovrano.

Tutto iniziò a ruotare intorno alla figura wagneriana di “Parsifal” e tutto divenne necessario ai fini del Santo Graal.

Nella testa di Ludovico II, egli era divenuto il Re del Santo Graal. Un sogno onirico in cui si cullò per molto tempo fino a perdere contatto con la realtà.

Castello di Hoenschwangau Pht Emanuela Gizzi Mapping Lucia

Il progetto

Lo stesso Castello di Neuschwanstein si presentò come una dimora ipertecnologica, volutamente perfetta.

Sale riscaldate ad aria, acqua corrente, sciacquoni per il wc, campanelli elettrici per chiamare la servitù e montacarichi per le vivande lo avevano reso innovativo ma fintamente medievale.

E non fu nemmeno troppo semplice la sua costruzione.

Ludovico II cambiò spesso le sue disposizioni perché tutta quella complessità di idee, che aveva bramato di abitare, si erano rivelate di difficile realizzazione. Solo undici anni dopo l’inizio dei lavori, nel 1880, festeggiarono l’agibilità dell’intero palazzo.

Ludovico II di Baviera

Era un sognatore e, come tutti quelli che hanno grandi idee, si insinuò in lui uno stato di follia pura.

Voglio rimanere un eterno mistero per me e per gli altri”

disse di sé, sentendosi probabilmente diverso da un qualunque reale borghese.

Questa figura schiva fu molto amata dai bavaresi nonostante avesse precluso la possibilità a chiunque di fargli visita al Castello. Era un solitario ma anche un uomo generoso. Era un amante dell’arte e del teatro.

L’Angolo del Re che si era costruito con tanto ingegno e tanta curiosità, purtroppo, erano evidenti conferme del suo malessere. Uno stato che peggiorò quando gli fu chiaro il suo fallimento e, a questo -probabilmente- preferì la morte, che avvenne in circostanze misteriose.

Cioccolato e pioggia a Neuschwanstein

Nel visitare un posto capita spesso di sentire il peso della storia che emana. Mi sentii terribilmente infelice per lui.

La pioggia non migliorò l’atmosfera triste. Mi rifugiai, insieme alla mia amica Barbara, in una caffetteria. Il vetro mi divideva dalle gocce pesanti che tiranneggiavano la strada investendo quel pomeriggio di fuliggine.

Il vedermi riflessa tra le gocce, mentre bevevo un cioccolato bollente e mangiavo biscotti burrosi, mi rasserenò, mi restituì un po’ di bellezza.

Sotto un cielo così prepotente avevo la pelle umida e gli occhi stanchi. Mi venne d’istinto di guardare su verso le montagne e i boschi. Il Castello era un puntino.

Neuschwanstein, il nuovo castello… pensai a Ludovico II e al fatto che, quella dimora solo sua, era diventata la più grande attrazione della Baviera. Uno dei castelli più famosi d’Europa, dei più visitati, e entrato di diritto nella grande casa Walt Disney perché la realtà a volte supera la fantasia.

Ricordo shock

Tornammo verso Fussen, dove alloggiavamo. Ricordo due cose: un collage di casette per gli uccellini sulla parete di legno di una casa che mi mise il buonumore e lo stinco di maiale che -invece- mi paralizzo le mandibole.

“Dai prendiamo questi rippchen” mi suggerì Barbara, gli occhi che le brillavano per la fame.

Ci tradussero qualcosa e, visto che il resto sul menù, sembrava anche peggio di questi rippchen, appoggiai la sua scelta. Ordinammo anche due Rauchbier, birre scure dal gusto speziato e affumicato.

Il pranzo-ormai-cena, fu uno dei pasti più sconcertanti che io ricordi tra i miei viaggi. Il cameriere si presentò -scena esilarante- con due piatti che non saprei descrivere, e li poggiò davanti ai nostri visi con grande fierezza.

A Barbara brillarono ancora di più gli occhi, le mie pupille credo schizzarono fuori dalle orbite.

Non erano costolette, così come avevamo capito dalla traduzione, ma nemmeno uno stinco di quelli conosciuti, sembrava più la pancia di una mucca. Inorridii.

“Non lo mangio, mi sembrerebbe di essere diventata un cannibale” le dissi mentre lo stomaco mi si accartocciava.

Non mi restò che bere quel bel boccale di birra e accontentarmi di un dolce.

Andai a dormire pensando a Ludovico II. La sua storia e quella del Castello mi avevano particolarmente toccata.


LEGGI DI UN ALTRO MIO LUOGO DELLA BAVIERA:

I tredici chilometri fino all’Holdermühle


OPPURE LEGGI DUE MIEI RACCONTI PUBBLICATI SU FOTOROMANZA:

Capo Nord tra nebbie e sole di mezzanotte

Cabo da Roca, più a Ovest d’Europa


 

Emanuela Gizzi Fotografa ideatrice di Mapping Lucia

Sono prima di tutto una viaggiatrice, annuso la vita e ne trattengo le radici. Quindi scrivo per piacere ma anche per lavoro. Scrivo perché senza non saprei starci. E poi fotografo perché la fotocamera è il mio psicologo personale. Cammino sempre con un animale di fianco, un gatto un cane un cinghiale un ippopotamo. Insomma converso. E poi scrivo di nuovo.

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